Antonino Caponnetto, un esile uomo d’acciaio che creò il pool antimafia con Falcone e Borsellino (da “Tracce nella nebbia”)

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto.

“Non dobbiamo mai avere paura di sperare e di sognare… Quando nelle scuole mi chiedono se in un mondo così si può avere speranza, rispondo sempre con le parole di padre Turoldo: ‘Sperare è da eroi, ma non se ne può fare a meno’.” (Antonino Caponnetto alla scuola di formazione della Rosa Bianca)

 

A trent’anni dalle stragi che uccisero Falcone e Borsellino ricordiamo anche il giudice Antonino Caponnetto, padre del pool antimafia di cui Falcone e Borsellino furono le colonne e che conseguì i più grandi risultati nella lotta alla mafia.

Questo profilo di Caponnetto è tratto dal libro “Tracce nella nebbia. Cento storie di Testimoni.

 

Antonino Caponnetto, un esile uomo d’acciaio

di Vincenzo Passerini

 

Quando il 29 luglio 1983 la mafia uccise a Palermo il giudice Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, siciliano, che aveva lasciato
l’isola da bambino e faceva il magistrato a Firenze, si offrì, a 63 anni, di prenderne il posto. “A questa età bisogna pur essere abituati a convivere con l’idea della morte”, disse.

Chinnici, valentissimo magistrato, era stato assassinato con un’autobomba insieme ai due uomini della scorta e al portiere del palazzo. In solitudine e nello sfascio generale aveva avviato un coordinamento tra i magistrati.

Caponnetto, tra molti nemici, partì da quell’intuizione per creare il pool che diede una svolta decisiva alla lotta alla mafia. “Se non ci fosse stato quest’uomo dimesso, umile, con una spina dorsale d’acciaio, non avremmo avuto Falcone, Borsellino, il pool antimafia, il maxi processo, non avremmo visto in galera centinaia di boss”, ha scritto un esperto come Saverio Lodato.

Che ricorda: “Questo giudice, in quattro anni e mezzo, non si è mai concesso la debolezza di una tazzina di caffè al bar del Palazzo di Giustizia, proprio per evitare la sia pur minima promiscuità con un mondo 30 che voleva tenere sotto controllo”.

L’esile uomo d’acciaio valorizzò, coordinò, guidò e protesse il lavoro magistrale del pool che era inizialmente composto da Falcone, Borsellino, Di Lello, Guarnotta, Natoli.

Grazie a questo contesto, il boss pentito Buscetta rivelò a Falcone, come disse Caponnetto, “la chiave di lettura dall’internodella struttura mafiosa” e il nome stesso della mafia, Cosa Nostra, sconosciuto fino ad allora. Ma tacque sui rapporti coi politici di Roma. Lo Stato non avrebbe retto, disse a Falcone, alle cose che poteva dire.

Il gigantesco lavoro del pool portò al maxiprocesso (1986-87) e ai suoi storici risultati. Caponnetto, sicuro che Falcone sarebbe stato scelto al suo posto, lasciò Palermo nel 1988. Ma, grazie a un paio di traditori, il Consiglio Superiore della magistratura a Falcone preferì Meli. Caponnetto per protesta si dimise dal Csm.

Ritornò a Palermo nella terribile estate del ’92 quando uccisero Falcone e Borsellino. “È tutto finito”, disse sconvolto. Poi tornò a impegnarsi in prima fila.

Nell’agosto del ’94, in un altro buio momento della Repubblica, andò a Brentonico, in Trentino, alla scuola di formazione politica della Rosa Bianca e disse i giovani: “Non dobbiamo mai avere paura di sperare e di sognare… Quando nelle scuole mi chiedono se in un mondo così si può avere speranza, rispondo sempre con le parole di padre Turoldo: ‘Sperare è da eroi, ma non se ne può fare a meno’.”

Era nato a Caltanissetta il 5 settembre 1920. A vent’anni, raccontò la moglie Elisabetta, aveva scritto nel diario: “Le mie guide nella vita saranno sempre legalità e solidarietà”.

Morì il 6 dicembre 2002. Folla ai funerali, ma nessun esponente del governo Berlusconi.