Rutilio, Romero, Focherini: la verità delle vittime e l’anticomunismo

Padre Rutilio Grande

Oscar Arnulfo Romero

Odoardo Focherini

 

 

 

 

 

 

 

 

«Storie di martiri, storie di conversione, di cambiamenti profondi davanti alle vittime del potere. La vita non è la recita di una parte. La fedeltà al Vangelo può sconvolgerla. Anche se si è adulti. Anche se si è vecchi. Basta non stancarsi mai di stare in ascolto della Parola.»

 

Rutilio, Romero, Focherini

La verità delle vittime e l’anticomunismo

di Vincenzo Passerini

27 gennaio 2022, da “Vita trentina”

 

La storia di padre Rutilio Grande, martire beatificato il 22 gennaio scorso, è profondamente legata a quella del vescovo Oscar Romero ucciso sull’altare. Insieme hanno scritto una pagina luminosa nelle tormentate vicende della Chiesa del ventesimo secolo.

E questa storia fa pensare a quella di Odoardo Focherini, altra figura luminosa, morto nel lager per aver salvato decine di ebrei.

Storie di martiri, storie di conversione, di cambiamenti profondi davanti alle vittime del potere. La vita non è la recita di una parte. La fedeltà al Vangelo può sconvolgerla. Anche se si è adulti. Anche se si è vecchi. Basta non stancarsi mai di stare in ascolto della Parola.

Ma c’è un altro elemento che collega queste storie e che è uno degli aspetti tragici delle complicità della Chiesa con alcuni dei regimi più disumani del Novecento, come il nazismo, il fascismo, le dittature in America Latina. Ed è il peso avuto dall’anticomunismo usato dal potere – politico, economico, militare – come ideologia che giustifica i peggiori crimini. Il comunismo è stato responsabile di crimini atroci. Ma anche l’anticomunismo.

Padre Rutilio Grande, gesuita, aveva 49 anni quando fu assassinato il 12 marzo 1977 ad Aguileras, in Salvador. Furono uccisi, mentre viaggiavano in auto con lui, anche il catechista Manuel Solórzano di 72 anni e il quindicenne Nelson Rutilio Lemus, pure beatificati il 22 gennaio.

La strage fu opera degli squadroni della morte al servizio del regime di destra che difendeva con la violenza, a fronte di una massa di poveri e analfabeti, gli interessi delle 14 famiglie di ricchi che avevano in mano la terra, l’economia e il potere.

Padre Rutilio era stato per vent’anni direttore del seminario di San Salvador dove aveva portato, tra l’ostilità della maggioranza dei vescovi del Paese, gli insegnamenti del Concilio Vaticano II e dell’Assemblea dell’episcopato latinoamericano svoltasi a Medellin, in Colombia, nel 1968. Qui i vescovi si erano schierati con i poveri sfruttati dalle oligarchie che si servivano della religione per tenerli zitti in nome dell’anticomunismo.

Da cinque anni padre Rutilio era parroco ad Aguileras. Annnunciava il Vangelo in mezzo ai contadini. Rifiutava la violenza dei gruppi guerriglieri di sinistra, ma non taceva di fronte alle ingiustizie e alle violenze del potere e aiutava i contadini a prendere coscienza dei loro diritti.

Da anni era amico del vescovo Oscar Romero anche se questi era schierato su posizioni molto conservatrici, anticonciliari e anti-Medellin. Romero era pure ossessionato dai comunisti, vedeva filo-comunismo in ogni impegno evangelico per la giustizia ed era amato dai ricchi. Per questo lo fecero arcivescovo di San Salvador. Lui, pensavano i vescovi conservatori e le 14 famiglie, non avrebbe dato fastidio.

E invece accadde il contrario.

Romero è nominato arcivescovo della capitale il 3 febbraio 1977.  Padre Rutilio viene assassinato il mese dopo. Romero è sconvolto da quella morte. Veglia in preghiera il cadavere di Rutilio tutta la notte insieme ai contadini.

E cambia. Cambia radicalmente.

Da quel momento e per i tre anni di vita che gli restano denuncia le intollerabili ingiustizie dei ricchi, le repressioni e gli assassini dell’esercito al loro servizio (i morti innocenti sono migliaia). Il velo ideologico dell’anticomunismo cade e Romero vede la realtà per quello che è, non per come la descrivono i potenti. Da quel momento diventa anche lui un pericolo “comunista” da eliminare. E Romero viene assassinato mentre celebra la Messa il 24 marzo 1980.

Anche Odoardo Focherini, nell’Italia degli anni ’30, è un cattolico fedele al regime. Regna il fascismo.

È nato a Carpi nel 1907 e suo padre, commerciante, è originario di Celentino, in Val di Pejo. Odoardo sposa Maria Marchesi i cui genitori provengono da Rumo, in Val di Non. Hanno sette figli.

Odoardo è un attivissimo dirigente dell’Azione Cattolica carpigiana. Anni di grandi adunate e imponenti processioni. L’abbraccio tra trono, fascista, e altare è stato sancito dal Concordato del ’29.

Anche in Germania Hitler è stato benedetto da molti protestanti e cattolici. Come scrive lo storico Emilio Gentile “la maggioranza dei credenti e gran parte del clero, in Italia come in Germania, negò o non seppe o non volle riconoscere la natura anticristiana del fascismo e del nazionalsocialismo, e li considerò alleati formidabili della Chiesa nella lotta contro il comunismo e contro la democrazia laica…”.

Focherini è entusiasta del regime che si oppone al comunismo di cui, dice la propaganda nazifascista, gli ebrei sono una colonna. E non ha nulla da dire, come tutti gli altri italiani, di fronte alle leggi razziali contro gli ebrei.

Ma quando cominciano le deportazioni apre gli occhi. Cambia. Vede il vero volto del potere. Vede finalmente negli ebrei degli esseri umani schiacciati e in pericolo. E allestisce, con l’aiuto di alcuni sacerdoti e famiglie, un rete per portarli in salvo in Svizzera. Ne salvano almeno cento.

Focherini è scoperto e arrestato. Muore nello spaventoso lager di annientamento di Hersbruck, in Germania, il 27 dicembre 1944.

I più apriranno gli occhi troppo tardi. Si lasciarono vincere dall’ideologia, non dal Vangelo.

 

Editoriale pubblicato sul settimanale diocesano “Vita trentina” (col titolo “Padre Rutilio Grande, la forza di cambiare”) uscito giovedì 27 gennaio 2022, data di testata domenica 30 gennaio 2022.

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