Yekatit 12, ovvero 19 febbraio: memoria della strage fascista di migliaia di innocenti etiopi (1937)

Particolare del monumento allo Yekatit 12 di Addis Abeba (da I. Campbell, “Il massacro di Addis Abeba”)

Il 19 febbraio, Yekatit 12 per gli etiopi, deve diventare una data in cui ogni anno anche noi italiani facciamo memoria, con pietà e vergogna, della strage fascista di migliaia di innocenti ad Addis Abeba nel 1937.

Per l’Etiopia lo Yekatit 12 è il solenne e doloroso Giorno dei Martiri.

L’Italia non ha mai chiesto scusa per quella strage, nessuno dei responsabili è stato portato di fronte a un tribunale.

La memoria delle atrocità italiane in Etiopia e Libia è tenuta viva da una minoranza di storici e di cittadini, mentre troppi italiani ancora immaginano che il colonialismo italiano sia stato più “buono” di quello degli altri.

Rimando, su questo blog, al mio articolo “Gli italiani e il massacro di Addis Abeba” pubblicato sul quotidiano “Trentino” il 20 febbraio 2020.

Rimando, sempre su questo blog, anche al mio articolo “Massacri italiani in terra d’Africa” pubblicato sul quotidiano “l’Adige” il 20 maggio 2017.

Qui propongo un piccola “antologia coloniale italiana”.

 

Antologia coloniale italiana

 

La più furiosa e sanguinosa caccia al nero

“Il  9 febbraio 1937, in seguito a un attentato alla vita del viceré d’Etiopia, maresciallo Rodolfo Graziani, alcune migliaia di italiani, civili e militari, uscivano dalle loro case e dalle loro caserme e davano inizio alla più furiosa e sanguinosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto.

Armati di randelli, di mazze, di spranghe di ferro, abbattevano chiunque – uomo, donna, vecchio o bambino – incontravano sul loro cammino nella città-foresta di Addis Abeba.

E poiché era stabilito che la strage durasse 3 giorni, e l’uso dei randelli si era rivelato troppo faticoso, già dal secondo giorno si ricorreva a metodi più sbrigativi ed efficaci.

Il più praticato era quello di cospargere una capanna di benzina e poi di incendiarla, con dentro tutti i suoi occupanti, lanciando una bomba a mano.

Nessuno ha mai stilato un bilancio preciso degli etiopici che sono stati uccisi dal 19 al 21 febbraio 1937. Si va da un minimo di 1400 a un massimo di 30 mila, a seconda delle fonti. [Il libro che tenta, con insuperato supporto di documenti e testimonianze, un bilancio preciso è quello di Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana autore che Del Boca conosce molto bene -, libro uscito dopo, nel 2017 in versione originale e nel 2018 in traduzione italiana].

Le migliaia di italiani che hanno partecipato alla strage di tanti innocenti, che nulla avevano a che fare con l’attentato, non hanno mai pagato per i loro delitti. Non sono mai stati inquisiti. Non hanno fatto un solo giorno di prigione.

Dopo l’estenuante mattanza, sono tornati alle loro case e alle loro caserme, come se nulla fosse accaduto. Chi aveva famiglia in città ha continuato, senza problemi, senza sentimenti di colpa, a gestire i propri affari, ad accarezzare i figli, a fare all’amore. Come se in quei tre giorni di sangue il suo forsennato impegno nell’uccidere fosse stata la cosa più naturale, più ammirevole.”

(da Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza, 2016, prima edizione 2005, pp. 7-9. Angelo Del Boca, oggi quasi centenario  – è nato nel 1925 a Novara – è il più importante storico del colonialismo italiano. Grazie alle sue ricerche e ai suoi coraggiosi libri è stata fatta moltissima luce sulla verità del nostro colonialismo e sui suoi crimini.)

 

 

Noi siamo andati in Africa coi barconi e a mani nude?

“Alla apertura delle ostilità [Mussolini annuncia la guerra all’Etiopia il 2 ottobre 1935] l’Italia fascista aveva fatto affluire in Eritrea già 110.000 militari nazionali, fra esercito e camicie nere, 50.000 ascari [eritrei], 4.200 mitragliatrici, 580 cannoni, 112 carri d’assalto, 35.000 quadrupedi, 3.700 automezzi, 126 aeroplani.

Alla fine della guerra, nel maggio 1936, il corpo di spedizione contava circa 330.000 militari italiani, 87.000 ascari, 100.000 lavoratori italiani militarizzati, 10.000 mitragliatrici, 1.100 cannoni, 250 carri armati, 90.000 quadrupedi, 14.000 automezzi, 350 arerei efficienti.

Sono cifre che illustrano bene il carattere di guerra nazionale e moderna, e non coloniale, voluta dal fascismo.”

(da Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, 2008, p. 189. Il miglior libro che ricostruisce e interpreta complessivamente il colonialismo italiano.)

 

 

Anche i micidiali e proibiti gas tossici

“E quando i suoi [di Mussolini] generali si trovano in difficoltà, perché il nemico è più forte e audace del previsto, e sul fronte Nord ha sfondato le linee ed è penetrato in Eritrea, è lui [Mussolini] che concede il permesso di usare le armi proibite dalla Convenzione di Ginevra, i micidiali gas tossici.

Di questi aggressivi chimici ha autorizzato lo sbarco segreto in Eritrea di 270 tonnellate per l’impiego ravvicinato, di 1000 tonnellate di bombe per l’aeronautica (caricate a iprite), di 60.000 granate per l’artiglieria (caricate ad arsine). Di quest’arma assoluta si è riservato l’appalto. L’ordine di utilizzarla, come la revoca, parte soltanto da lui, supremo ed esclusivo dispensatore di morte.

(…) Sugli effetti di questa arma proibita [bombe all’iprite] disponiamo delle testimonianza dello stesso ras Immirù H. Sellase:

‘Fu uno spettacolo terrificante. Io stesso sfuggii per un caso alla morte. Era la mattina del 23 dicembre e avevo da poco attraversato il Tacazzè, quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani. Il fatto, tuttavia, non ci allarmò troppo, perché oramai ci eravamo abituati ai bombardamenti.

Quel mattino, però, non lanciarono bombe, ma strani fusti che si rompevano appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore.

Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano stati colpiti dal misterioso liquido e urlavano di dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in un’agonia che durò ore. Fra i colpiti vi erano anche dei contadini che avevano portato le mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini’.”

(da Angelo Del Boca, Italiani brava gente? Un mito duro a morire, cit., pp. 201-203)

 

Le truppe inviate contro i cristiani d’Etiopia furono benedette

dai vescovi italiani

“Fu con la guerra d’Etiopia che Chiesa e regime si trovarono assieme in un momento decisivo per la storia del fascismo e drammatico per la pace europea. Persino dal Soglio di Pietro si finì per accettare la guerra d’aggressione. (Chi ha controllato i documenti ha visto che all’origine personalmente Pio XI, 1857-1939, non era granché favorevole alla guerra; ma sta di fatto che poi il Papa stesso accettò che della sua posizione fosse diffusa una versione favorevole al fascismo: che fu quella a fare storia, a contare).

Nel frattempo l’episcopato si affannava a benedire le truppe partenti per l’Africa e la stampa cattolica – sia pur con qualche eccezione, come sempre – si strinse al regime all’insegna della crociata italiana e cattolica contro l’Etiopia schiavista.

(…) Poche, troppo poche, furono le proteste di parte cattolica di cui sia rimasta nota a proposito dell’azione spietata del regime nella ‘pacificazione’ dell’impero (ma era successo così già in Libia).

L’attacco fascista alla Chiesa copta etiopica, come quello precedente a quella eritrea, non poteva d’altronde che agevolare il ‘matrimonio’ sul campo coloniale fra Chiesa cattolica e Stato.”

(da Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, cit., pp. 161-162)

 

 

 Il genocidio degli amara e la guerra totale

“Graziani, dopo l’attentato del 19 febbraio ordinò massicce repressioni, in particolar modo nei confronti dell’etnia amara: i cosiddetti giovani etiopici, gli indovini e i cantastorie furono sterminati, i notabili d’alto rango furono deportati in Italia, i notabili di livello inferiore furono rinchiusi nel campo di concentramento di Danane in Somalia.

Per numero di vittime e sistematicità delle repressioni quanto avvenne nell’Etiopia centrale contro gli amara dal marzo al maggio del 1937 fu un genocidio in piena regola.

Nei confronti degli altri gruppi etnici il fascismo applicò una politica di divide et impera, dispiegò grandi cicli di operazioni di controguerriglia, commise massacri ed eccidi, ma definire tutto ciò genocidio non è corretto sotto il profilo epistemologico e non corrisponde alla realtà storica.

Se per guerra totale si intende che in un conflitto tutto il territorio e tutta la popolazione vengono coinvolti dai combattimenti, la guerra in Etiopia fu una guerra totale senza dubbio. Una potenza occupante, per avere la meglio sulle forze partigiane e creare il vuoto attorno ad esse, ricorre a rappresaglie e deportazioni di comunità civili. Lo fecero gli inglesi nel corso della guerra anglo-boera, lo fecero gli italiani in Etiopia, lo fecero i francesi in Algeria.

Tuttavia non solo quelle coloniali furono guerre totali. In molti conflitti del Novecento i morti civili furono più dei militari”.

(da Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, prefazione di Angelo Del Boca, Laterza, 2008, p. 299)

 

 

 Abbiamo lasciato solo “strade e ponti”?

“Per gli ‘indigeni’ distruzione dell’economia tradizionale e irruzione dell’economia di mercato; rottura di secolari legami sociali, geografici ed etnici; trasformazione drammatica delle società tradizionali e creazioni di società nuove, ‘coloniali’; impossessamento da parte dei conquistatori coloniali delle migliori terre e depauperamento delle società locali delle risorse più preziose e di quelle più facilmente estraibili; distorsione dell’economia con introduzione di monoculture e crisi delle manifatture locali; corruzione dell’ambiente e delle società: tutto ciò fu – dal punto di vista economico – la norma anche nelle colonie italiane.”

(da Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, cit. p. 307)

 

18 febbraio 2021

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