
Don Marcello Farina (1940-2025)
Negli ultimi anni la voce di don Marcello Farina nelle conferenze e nelle prediche, amate e seguite da credenti e non credenti, si era fatta più sommessa del solito ed era diventata quasi un controcanto alla tirannia dell’arroganza che opprime il mondo e le nostre vite quotidiane.
Un’arroganza che si ammanta di sacro, nei piccoli poteri come in quelli grandi che tengono in scacco l’umanità. E più si opprime, si emargina, si bombarda, più si sfodera Dio.
Non è un caso che Trump come Putin, Netanyahu come Hamas sacralizzino al massimo le loro guerre. Tanto che le loro differenze religiose sembrano svanire di fronte al Dio prepotente e crudele che li accomuna, più simile alla divinità degli antichi Assiri che a quella di Abramo, alla quale tutti loro si richiamano e che pure comandò, una volta per sempre: “Non uccidere”.
In un volumetto, pubblicato qualche anno fa e intitolato Consumare Dio, don Farina cita il filosofo ebreo Martin Buber che scrisse: “Dio è la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessun’altra è stata tanto insudiciata e lacerata…Generazioni di uomini e di donne hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea, e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue.”
Come parlare, allora, di Dio oggi? Ponendosi la domanda, don Farina così rispondeva: “Occorre parlarne senza dimenticare che già il secondo comandamento ammoniva: Non nominare il nome di Dio invano. Parlarne, sapendo che ogni nostro dire è sempre un balbettio, e che su Dio sono state dette troppe cose con voce forte, con sicumera di linguaggio.”
Nella voce sommessa di don Farina le persone che accorrevano numerose ad ascoltarlo, come in cerca di un sorso d’acqua in tanta arsura, ritrovavano il Dio di Gesù Cristo, quello del Vangelo di Matteo: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso è leggero”.
La voce sommessa di don Farina era una porta aperta che consentiva l’incontro con le fragilità e le domande di ciascuno. Perché ogni vita si porta le sue domande e le sue fragilità.
Per questo era così amato. Siamo in cerca di una luce, anche quando ostentiamo sicurezza nel nostro procedere. E siamo in cerca di guarigione da qualche nostro male, giovani o vecchi che siamo. La tirannia dell’arroganza che ci sommerge, insanguinando il mondo e avvelenando la comunicazione quotidiana, è una tragica commedia che finisce sempre troppo tardi.
A Don Marcello Farina siamo in tanti ad essere debitori di qualcosa. Una parola di verità, una di conforto, un’ora di ascolto, una illuminazione del pensiero, una lezione di libertà. L’amicizia.
Ringraziandolo, vorremmo salutarlo col suo “grazie”, quasi un commiato anticipato che pose all’inizio del citato volumetto Consumare Dio, stampato riproducendo il suo testo scritto a mano, con una calligrafia limpida come i suoi occhi:
«‘Per tutto ciò che è stato: Grazie! Per tutto ciò che sarà: Sì!’ Queste belle parole di Dag Hammarskjold mi aiutano a esprimere la riconoscenza più viva e profonda a tutte le donne e a tutti gli uomini che mi hanno accompagnato nella vita. Con loro ho condiviso stagioni diverse: di crescita, di ricerca, di gioia e di sofferenza, di attesa e di compimento, nella consapevolezza di camminare insieme verso un Mistero nascosto nel cuore dell’universo, che è sempre nuovo inizio, pulsante in ciascuno di noi.»
Vincenzo Passerini
da “l’Adige”, 30 novembre 2025