L’orsa, Anatolie, l’ingiustizia. E lo schiaffo di don Milani

A quest’ora, alle 17, il Punto d’incontro, qui vicino in via Travai, come ben sanno i trentini, chiude, dopo essere stato aperto tutto il giorno per accogliere tra le 150 e le 200 persone senza dimora.

A quest’ora i senza dimora piano piano si incamminano verso il convento dei cappuccini dove saranno accolti per la cena.

 

 

Poi lasceranno il convento e torneranno indietro, verso la Bonomelli, il dormitorio della Caritas, e si metteranno in fila.

 

Tanti dormiranno fuori: i dormitori sono chiusi

Ogni giorno, 20 – 30 di loro non troveranno posto e dormiranno fuori: nei parchi, alla stazione, negli androni, nelle case e nelle fabbriche abbandonate, nelle capanne e baracche che si sono costruiti.

Almeno altri 200 occupano questi spazi e non pensano neanche di mettersi in fila davanti al dormitorio. Tempo perso. Sanno che non c’è posto ed è meglio presidiare il riparo conquistato per dormire. Le notti sono già fredde, ma i dormitori invernali apriranno solo a dicembre.

Inutilmente con i volontari dell’accoglienza abbiamo chiesto che si tenessero aperti anche in estate e in autunno.

Questa città benestante e ben organizzata non è ancora capace di dare un letto a tanti che non hanno nulla e dormono per strada.

Ogni tanto gruppi di cittadini o dei politici protestano per le baracche dei senza dimora. Per la loro presenza e i segni che lasciano. Disturbano il decoro e la quiete. Non le coscienze.

Quest’estate una persona senza dimora che conoscevamo molto bene è morta di notte, all’aperto, sotto una tettoia di fronte alla stazione dei treni.

Un uomo cordiale e simpatico, anche se piegato dalla vita. Era qui da molto tempo, ma spesso era costretto a dormire fuori. Per lui non c’era posto nell’albergo. Magari sarebbe morto anche se fosse stato in un letto, al chiuso. Ma quella solitudine, quel non essere stato accolto nel momento supremo non ci possono lasciare in pace.

 

Lacrime per l’orsa, non per Anatolie

Per la sua morte poche lacrime. Poche indignazioni.Non era un orso. Gli orsi non vanno castigati e tanto meno uccisi se si comportano da orsi. Ma anche l’indifferenza uccide. Uccide le persone. Tutti conoscono il nome dell’orsa uccisa. In tutta Italia.

Nessuno in questa città, nemmeno in questa sala, se non gli amici, conosce il nome della persona uccisa dalla nostra indifferenza. Si chiamava Anatolie. Nome dell’Est Europa, come quello dell’orsa. Era uno tra i poveri più poveri.

Ma ci sono anche tantissimi poveri che non vivono sulla strada e che stanno sopravvivendo a fatica. Sempre di più. Le disuguaglianze crescono, le ingiustizie crescono.

 

Ma tu cosa fai?

Esse interrogano ciascuno di noi, nessuno può sfuggire. Ma tu cosa fai? Ma questo mondo lo accetti così com’e’? Tu che sei privilegiato (per la salute, per i soldi, per la cultura, per la casa, per le tante cose che hai, per i tanti affetti che hai), che cosa fai per chi non ha nulla?

Che cosa fai per cambiare questa società?

E tu che sei cristiano non ti senti in colpa? Tu Chiesa non ti senti in colpa?

Tutti voi, tutti noi, non ci sentiamo in colpa di aver dimenticato, anzi, di aver tradito il Vangelo?

Queste sono le domande che don Milani aveva brutalmente gettato in faccia a se stesso, giovane cresciuto tra i privilegi, prima di gettarle brutalmente in faccia ai suoi, alla sua Chiesa e al mondo, Lo schiaffo di don Milani (sessant’anni prima degli amorevoli e duri schiaffi di papa Francesco) era la reazione di un convertito al Vangelo e di un missionario del Vangelo che vede se stesso e la sua Chiesa perdere i poveri che sono i privilegiati del Vangelo.

 

Aiutare i poveri a liberarsi

Scriveva in quel magnifico saggio di sociologia e di profezia religiosa, Esperienze pastorali, uscito nel 1957, e più vivo che mai:

Per un prete, quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Esser liberi, avere in mano sacramenti, camera, senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto d’esser derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Aver la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più. Saper che presto sarà finita per la fede dei poveri. Non ti vien farlo perfino di domandarti se la persecuzione potrà esser peggio di tutto questo?

(pp. 164-165).

Noi non abbiamo messa la scure alla radice dell’ingiustizia sociale.

(p. 437)

Ma i poveri non vanno liberati. Vanno aiutati a liberarsi. E per liberarsi hanno bisogno di scuola.

E la scuola ha due alternative: o si limita ad accettare e certificare le disuguaglianze esistenti, o questa disuguaglianze le combatte in se stessa. Non c’è una terza via.

E don Milani inventa scuole nuove, prima a S. Donato di Calenzano e poi a Barbiana.

E poi coi suoi ragazzi scrive nel 1967 la Lettera a una professoressa che scuote l’Italia e non solo.

 

Ricevemmo uno schiaffo

Oggi, in questo bel libro che qui presentiamo, Lo schiaffo di don Milani. Il mito educativo di Barbiana, libro vivo, stimolante, profondo, scritto con grande limpidezza e con la passione dell’educatore vero, l`autore, Piergiorgio Reggio dice:

Da Barbiana ricevemmo uno schiaffo violento e provocatore. Venne preso a sberle il nostro conformismo educativo e sociale.

Dallo schiaffo di don Milani sono nate tantissime esperienze educative nuove e coraggiose. Come quelle a cui lo stesso Reggio, classe 1959, ha partecipato da giovane negli anni Ottanta nei quartieri popolari di Milano.

Anche in anni recenti, aggiunge Reggio,

i principi affermati da don Milani e dai suoi ragazzi hanno ispirato esperienze di educazione di strada con giovani e adulti esclusi dalla scuola e dalla società, di insegnamento della lingua a immigrati, di lotta contro le illegalità e le mafie, di partecipazione sociale e costruzione di diritti effettivi.

A quello schiaffo, dice l’autore, e qui sta il senso del suo libro

occorre oggi tornare, in epoca generalmente considerata di crisi, nella quale sembrano non essere più presenti la speranza educativa e la convinzione che un altro mondo sia possibile. Tornare a Barbiana – scrive Reggio, e questo è anche il grande merito di questo suo libro – è un viaggio non nostalgico, ma alle radici del senso dell’educare, che è necessario oggi riscoprire.

Tornare lì significa far vivere l’idea generatrice che educare può non essere un atto di discriminazione e riproduzione delle ingiustizie sociali ma, al contrario, un atto di giustizia, che permette a tutti di imparare per essere cittadini, cioè sovrani e non sudditi.

 

 

P. Reggio, “Lo schiaffo di don Milani. Il mito educativo di Barbiana”, Il Margine, Trento 2014. (Foto di copertina: Fondazione don Lorenzo Milani www.donlorenzomilani.it)

 

 

Reinventare, non copiare don Milani

Reggio non vuole che si ripeta don Milani. Quella è una esperienza unica, irripetibile.

È l’idea generatrice che va ripresa e fatta rivivere. Bisogna «reinventare» ciò che a Barbiana accadde.«Il cuore del mito – l’educazione come giustizia – richiede di essere conosciuto, mantenuto vivo e tramandato» perché ancora oggi «troppo spesso il sapere viene usato per confermare discriminazioni esistenti o produrne di nuove» anche se «significative sono anche le situazioni nelle quali l’educazione crea giustizia» (p. 22).

Piergiorgio Reggio è tra i fondatori dell`istituto Paulo Freire-Italia che porta avanti le idee del pedagogista brasiliano autore di un altro famoso libro, La pedagogia degli oppressi, che dagli anni ‘60 ha contribuito ad alimentare l’idea generatrice dell’educazione che crea giustizia (e con Freire, va ricordato anche Mario Lodi, grande figura di maestro, amico di don Milani, scomparso il 2 marzo).

Questo libro di Reggio è un grande atto di fiducia nella scuola, innanzitutto (direi una salutare boccata d’ossigeno), ma più in profondità nell’educazione. Anche nell’educazione e nella formazione degli adulti.

 

Metti la scure all’ingiustizia che è in te

Partendo dalle intuizioni di don Milani, e da una grande esperienza e riflessione ci aiuta a capire cosa vuole dire insegnare ed educare per innescare processi di liberazione. Di fronte alle cose che non vanno bene, di fronte alle ingiustizie, di fronte alla crisi, e anche alle delusioni, noi dobbiamo comunque fare la nostra parte partendo da noi stessi per cambiare il mondo.

Perché questa è la lezione fondamentale di don Milani: la società va cambiata, ma non c’è legge sbagliata o situazione ingiusta o difficile che ti impedisca di fare la tua parte, perché ne va innanzitutto della tua vita, della tua coscienza, e per un cristiano, ne va della salvezza della tua anima.

Anche nella situazione più infelice (e Barbiana era una delle più infelici) tu puoi creare giustizia, partendo dal cambiamento di te stesso. Mettendo la scure all’ingiustizia che è in te. Chiunque tu sia, qualunque cosa tu faccia.

 

Pubblicato sul quotidiano “l’Adige” il 7 ottobre 2014 ladige.anatolie.ingiustizia_07ott14 e su “Il Margine”, n. 9, 2014.