Emmanuel Mounier, “I cristiani e la pace” (Antologia di pensieri)

Emmanuel Mounier

Il grande filosofo francese Emmanuel Mounier (1905-1950), padre, con Jacques Maritain, del personalismo comunitario, fondatore della rivista “Esprit”,  e ispiratore dei movimenti politici progressisti cattolici degli anni ’30 e ’40, pubblicò nel 1939, alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia che segnò l’inizio della Seconda guerra mondiale, un importantissimo scritto in cui ricordava il significato della pace cristiana e denunciava il falso pacifismo che nel 1938 aveva portato alla resa delle democrazie di fronte all’occupazione nazista dei Sudeti.

 

Emmanuel Mounier

I CRISTIANI E LA PACE

(1939)

Antologia di pensieri

tratti dall’edizione italiana pubblicata da Ecumenica Editrice di Bari nel 1978. Traduzione di M. Gerarda Schiavone

 

 

[Nota: i corsivi sono dell’Autore, i sottotitoli sono nostri. Mounier quando parla di “Monaco” si riferisce alla Conferenza di Monaco svoltasi l’anno prima, il 29-30 settembre 1938, tra i capi di Germania, Italia, Regno Unito e Francia (Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier). Con questo accordo le democrazie acconsentivano, per “volontà di pace”, all’occupazione nazista dei Sudeti appartenenti alla Cecoslovacchia, non invitata alla Conferenza. La finta pace fu in realtà un fatale cedimento a Hitler. VP]

 

I CRISTIANI E LA PACE

 

La pace cristiana non è solo assenza di guerra

«Non ci si batterebbe tanto intorno alla pace se questa parola non avesse contenuti ben differenti secondo la bocca che la pronuncia.

Per la maggior parte degli uomini oggi la parola pace significa: assenza di guerra armata; Monaco ha salvato la pace significa: i fucili non hanno sparato.

Non viene in mente certo a nessuno di disprezzare il valore che assume, in rapporto alle realtà della guerra moderna, tale semplice moratoria di una catastrofe.

Ma è permesso usare la medesima parola per indicare una negazione che mille realtà limitano subito, e per designare quella pienezza dell’essere che pone la pace cristiana fra le otto Beatitudini? …

Il cristiano che non giudica né dall’apparenza né dalle conseguenze, ma dalla realtà delle intenzioni, deve rifiutarsi di dare il nome di pace alla semplice assenza di guerra armata o di sangue versato…

…la pace apparente, nel senso negativo della parola, può essere a certe condizioni un male spirituale equivalente al male della guerra…

Un giudizio cristiano può dover mettere su un piano di stretta equivalenza morale una guerra fondata sull’odio e la menzogna e una pace nutrita di egoismo, di viltà e di spergiuro…

La pace cristiana non è separabile dal contenuto che essa tutela. Non è solo una negazione, un acquietamento, è una pacificazione che scaturisce da un ordine interiore all’uomo…

 

La pace cristiana non è sinonimo di tranquillità

Intorno al significato del termine pace e particolarmente pace cristiana, fiorisce l’ambiguità.

Si parla di pienezza, di serenità nell’ordine: ma l’assenza di odio o di passione turbolenta può bastare a definire la pace?

Una specie di calma in mezzo alle tempeste, una felice scelta di piaceri prudenti e di astensioni tollerabili: ma gli spiriti che nell’antichità hanno portato al più alto grado ciò che si poteva chiamare la vocazione alla pace non hanno superato un tale egoismo sereno che si accontenta di poco. Quando noi invochiamo la pace del deserto, la pace della tomba, volgiamo il cuore, stanco per il chiasso che ci circonda, verso questo silenzio delle ambizioni, degli odi, delle vanità. È forse questa la pace cristiana?

… Ma dal momento in cui la rivelazione cristiana ha fatto dell’uomo un ‘prodigio d’inquietudine’, questa pace troppo protetta ci è diventata più inumana dei laceramenti di un’anima in lotta o dell’asprezza dei risentimenti collettivi.

La pace per il cristiano non solo non è assenza di guerra armata, ma non è neppure sinonimo di tranquillità.

«When I am at ease, I begin to be unsafe»: Quando sono tranquillo è il momento in cui comincio a sentirmi inquieto, scriveva Newman. Da quando per l’Incarnazione siamo stati costituiti in uno stato d’inquietudine essenziale, la tranquillità soddisfatta è divenuta un segno di riprovazione, uno dei segni più raccapriccianti che si possono scorgere su un viso, più spaventoso delle forme divoranti del dubbio e della disperazione che appaiono in certe vite come l’artiglio di una sconvolgente vocazione.

 

Il pacifismo del 1938 non aveva a cuore né i Sudeti, né i Cechi, né i Trattati, né le vittime, né l’ingiustizia della guerra

…una decadenza dalla quale ci viene anche questa specie di pacifismo che la virtù cristiana esclude. Tale pacifismo, il più diffuso forse, non è che la paura bruta della morte, della sofferenza e dei colpi da parte di uomini disabituati al rischio, che non hanno più né ragione di vivere né ragione di morire: e se parliamo di paura bruta è perché nessuna persona ne è esente; ma portarne la debolezza è tutt’altra cosa dal consacrarla come regola di vita.

Questo pacifismo, nel settembre del 1938, non aveva a cuore né la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi, né quella dei Trattati, né quella delle loro vittime, né l’ingiustizia della guerra, ma aveva una sola ossessione: che non si interrompesse il suo sogno di pensionato. Volevano conservare la loro pace contro la guerra, come ogni giorno la custodiscono contro la miseria degli altri, contro l’avventura, contro gli incontri, contro gli avvenimenti, contro l’amore.

Essi protestano: la loro bocca non è forse piena del loro turbamento all’evocazione della guerra, dei suoi orrori, delle sue stragi? Ma si tratta di una pietà generica per le brutalità della guerra, che non è, ancora, se non un modo di compiangere una tranquillità minacciata e di confessare una insensibilità cronica: la menzogna, la vigliaccheria, l’egoismo, la durezza di cuore fanno silenziosamente ogni giorno sotto i nostri occhi vittime altrettanto numerose e più lentamente torturate di quante ne sappia fare la guerra.

 

No alle sicurezze vili denunciate anche da Gandhi

…No, l’amore della pace non ha niente a che vedere con questo pacifismo di gente tranquilla, con questo paradiso per professori esatti e collegiali troppo docili. Noi la vediamo da qui la loro Città futura!…Città dei prudenti, città delle anime morte e delle sicurezze vili; no, non è questa la città eroica del cristiano…

Certe persone sentimentali si persuadono che più un’idea è pura minor vigore ha e, abusando oltraggiosamente delle parole, fanno passare sotto pretesto della passività contemplativa, della rinuncia, dell’ineffabilità mistica, il loro amore del vago e la mancanza di virilità della loro vita spirituale. Esse amano in modo particolare parlare indù. E sia; parliamo pure indù e ascoltiamo anche noi il mahatma Gandhi parlare della non-violenza: «Là dove non c’è altra scelta tra vigliaccheria e violenza, io consiglierò violenza… Coltivo in me il tranquillo coraggio di morire senza uccidere. Ma chi non ha questo coraggio, desidero coltivi l’arte di uccidere e di essere ucciso, piuttosto che fuggire vergognosamente questo rischio….»

 

La forza brutale continua a riemergere dalle caverne della vita

…Questo mondo è un mondo solido, un mondo duro. È duro perché, dal lato spirituale, l’uomo vi è sino alla fine dei tempi in stato di milizia. Ma è anche duro, di una durezza limpida, sotto la luce della grazia. Il pacifismo idealista non detesta solo la brutalità; ha un orrore morboso della fermezza nella virtù come della precisione nello spirito.  Vorrebbe ricostruire l’uomo senza questa materia ribelle e la virtù senza questa tensione suprema…

La nostra condizione temporale anzitutto ci impedisce di agire come se la forza brutale fosse assente dal giuoco degli uomini, mentre non ne sarà mai totalmente espulsa prima della riconciliazione finale…

Anche là dove la giustizia e la carità cristiana, attraverso secoli di paziente incivilimento, sembrano avere sciolto gli odi e disarmato la violenza, odio e violenza rinascono intatti nel cuore di ogni generazione; basta che si allenti un poco il controllo della tradizione o la sua vitalità, e le potenze oscure salite dalle caverne della vita e dagli abissi del peccato esplodono di nuovo, con una energia che i tempi possono provvisoriamente incatenare, ma che non consumano.

 

Non tradire la realtà facendole delle prediche

…Siamo qui alla svolta più delicata della spiritualità cristiana della pace ed è necessario che ci spieghiamo senza cadere in errore. Noi non dobbiamo togliere neppure uno iota all’assoluto della legge di Carità per accomodarla alle debolezze degli uomini. L’appello di questa legge resta sospeso su ciascuno di noi ed è un appello ad uscire corpo e anima dal regno della forza. …

Ma siamo noi un popolo di santi? I buoni sentimenti per questo non bastano; né i sacrifici più o meno folli che possiamo consumare in camera nostra e nel nostro pensiero, e neppure i nostri sforzi per vivere secondo giustizia e carità la vita nazionale e internazionale.

Ogni vita, ogni azione che non sia testimonianza impeccabile del santo comporta una impurità fondamentale. Noi viviamo in un compromesso e di un compromesso più o meno oscuro di forza, di giustizia e di Carità.

Accettare questo compromesso e rifiutare a priori l’uso della forza a servizio della giustizia che vi si cerca o della comunità che ci sostengono, sarebbe consentire, per un intollerabile fariseismo, alle tentazioni e alle facilità di una certa impurità del mondo e respingere i pesi corrispondenti.

Sarebbe ammettere che possiamo sottrarci al peccato del mondo non soltanto immediatamente e soli, ma per delle troppo facili soddisfazioni di coscienza. Sarebbe, per una purità sterile, più dichiarata che provata, ripudiare la nostra responsabilità verso l’insieme dei valori temporali con cui siamo noi stessi solidali e l’insieme dei valori spirituali cui siamo tributari…

Così, proprio nella misura in cui io non mi sono assunto il compito di servire la pace per mezzo della Carità perfetta ed eroica devo proteggerla anche con la forza, quando il nostro cedimento collettivo di fronte all’Assoluto cristiano ha reso necessario questo ricorso e quel tanto che questa forza serve la pace senza schiacciarla.

…Tradire il temporale pur facendogli delle prediche, non comporta minori pericoli spirituali, fra gli altri quello di favorire la leggenda sempre più diffusa nei paesi totalitari che fa del cristiano un debole e un ipocrita, senza fedeltà, senza istinti, un donatore di consigli che teme i colpi duri e, in conclusione, una specie di inetto della vita: quel cristiano per cui Dio si è incarnato “affinché abbia la Vita e l’abbia in abbondanza” …

 

La vera Carità ha sete di giustizia

Nel ricollegare la pace alle sue sorgenti spirituali, non dimenticheremo che essa è costituita alla base da un ordine il cui primo fondamento è la giustizia. La vera Carità ha sete di giustizia.

Nessuno può decidere da solo il martirio – vocazione non solo suprema ma eccezionale – per la propria famiglia o per il suo paese. Questa immolazione di una nazione, per essere valida, richiederebbe l’unanimità del popolo che agisse in senso stretto, “come un sol uomo” …Una tale immolazione sarebbe valida, e lo sarebbe solamente, come atto di Carità pura, dunque per la sua disposizione interiore e non per la sua apparenza spettacolare. Avverrebbe soltanto per un lungo impegno collettivo alla vita cristiana eroica, se una intera nazione potesse giungere alle disposizioni di santità necessarie per dare un’anima a questo atto.

Questo atto esemplare non ha dunque nulla a che vedere con la viltà collettiva di un popolo che rifiuta la lotta, o anche con la semplice considerazione materiale della somma di rovine e di dolori che la guerra porterebbe con sé…

Il cristiano che non situasse la riflessione sulla pace in questa prospettiva, che non orientasse a questa stella della Carità perfetta su scala collettiva i suoi primi tentativi per incatenare i giochi di forza, perderebbe fin da questa bassa zona la virtù della fede.

 

La santità va solo testimoniata, non chiesta, né agli altri né a un Paese

Ma fosse pure un santo, se egli impegna altri che se stesso, quando sa a quali corruzioni può spingere in spiriti mal preparati una ispirazione provvisoriamente troppo forte e destinata, provvisoriamente, a restare soltanto verbale, egli non ha il diritto di tentare Dio, di scherzare impunemente con l’assoluto subito e ovunque. Vi è in questo, senza dubbio, una tentazione contro lo Spirito, che il Cristo ha respinto nel deserto: “Se sei il Figlio di Dio, gettati giù”.

Se il Cristo stesso si rifiuta alle vie eccezionali, con quale diritto, con quale autorità, io cristiano di media obbedienza, le predicherei a diritto e a manca, prima di aver portato ovunque e in ogni minuto della mia vita, per quanto concerne i miei interessi strettamente individuali, la testimonianza della non-resistenza? …

Nella mia vita individuale non vi è posto per alcuna eccezione alla legge della non-violenza, se non per le esigenze altrui e della vita collettiva. Non capovolgiamo dunque le regole.

Finché le nazioni e noi stessi siamo ancora incapaci di innalzarci alla non-violenza autentica, non concediamoci l’alibi di una caricatura politica del Regno di Dio, dove trovino rifugio le nostre vigliaccherie.

 

Conclusioni

“La guerra è un flagello in qualsiasi epoca. La guerra moderna è insieme un cataclisma sproporzionato a qualunque possibile causa ed è una catastrofe spirituale totale.” Tutte le considerazioni giuridiche sul diritto di guerra e i suoi limiti, sulle estensioni delle rovine accumulate dalle tecniche moderne di lotta, non si avvicinano che lontanamente al suo significato essenziale: la lacerazione del corpo di Cristo. …

Chiunque, per esplicita volontà, per imprudenza, per astensione assume dunque qualche responsabilità diretta nella preparazione della guerra si fa complice di uno dei più gravi peccati collettivi del suo tempo. E la complicità nella guerra non comincia da chi vuole la guerra, ma da coloro che tacciono la realtà della guerra, che ne minimizzano la giusta valutazione nella coscienza pubblica. I nazionalismi tradizionali portano questa colpa. …

È inconcepibile che il cristiano possa oggi scherzare con leggerezza sull’eventualità di u conflitto che sarebbe la confessione dello scacco della cristianità occidentale. Sarebbe intollerabile che vi pensasse come a un rimedio estremo, che l’accettasse come una fatalità, mentre la guerra non è che uno scasso, un muro di disperazione. Una nuova guerra consacrerebbe le dimissioni di questa cristianità. [ricordiamo che Mounier scrive nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale avviata da Hitler il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia].

Ma per il cristiano la guerra non è la sola dimissione possibile. Noi ne vediamo altre due.

  1. Acquistare la pace a prezzo di un accrescimento di bassezza, di un nuovo regresso dello spirito cristiano dinanzi alle forze anti-cristiane. Il cristiano non ha il diritto di fare questa scelta. Anche davanti alla catastrofe della guerra? Sì, anche davanti ad essa.
  2. In un mondo dove alcuni vogliono la guerra, o alcuni non escludono di ricorrervi, il rifiutarsi a qualsiasi azione potendo correrne il rischio, significa rifiutarsi a qualsiasi resistenza, poiché tale rischio si trova ovunque, salvo che nell’avvilimento o nel suicidio deliberato.

Sarebbe vano dissimulare l’aspetto tragico di queste opzioni in un mondo in cui ogni opzione sembra carica di disperazione e di peccato. Ma, ridotto in vicoli ciechi così tenebrosi, il cristiano non può ripiegare su di una falsa pace, fatta di tradimento e di compromesso, egli passa all’assalto. Dopo la morte della Società delle Nazioni, eccoci ben lontani dalle condizioni enunciate dalla consultazione di Friburgo. Provvisoriamente il mondo ha fatto una considerevole marcia indietro verso il regno della pura forza.

Più che mai il mondo cristiano esige santi capaci di camminare incontro al lupo di Gubbio e di aprirgli le mascelle. Per tutti noi che non siamo affatto dei santi, sarebbe bestemmiare oltraggiosamente la santità ritirarci nell’attesa di non so quale vago martirio, e con quale cuore? Con quale diritto?

Bernanos scrive che è più facile di quanto non si pensi disperare di sé. È più comodo di quanto si creda disperare, oltre che di sé, del proprio paese, rinunciare ad esso con leggerezza per tutti quegli uomini che oggi esso sostiene, per tutti quegli uomini che domani, poiché io avrò scherzato con il fuoco, invocheranno gemendo le libertà perdute.

Lottiamo come disperati contro la guerra che viene, non accordiamole neppure un briciolo di complicità. Ma non arriveremo ad esorcizzarla se non come si scongiura una malattia: presentandole un’anima sana in un corpo sano.

Contro il ‘bellicismo’, questo riduttore: l’assoluto della Carità cristiana.

Contro quella forma di ‘pacifismo’ che serve le imprese della violenza: la vocazione terrena del cristiano, l’umiltà che è il senso della terra, una pazienza con la storia che è la stessa inesauribile pazienza di Dio.»