Vittime della Brexit

Jo Cox

Le pompe di benzina vuote e gli scaffali di prodotti freschi presi d’assalto nei supermercati sono solo le prime clamorose avvisaglie del fallimento della Brexit. Dell’uscita, cioè, del Regno Unito dall’Unione Europea.

Ma siamo solo agli inizi.

Anche gli italiani, e i trentini, avrebbero bisogno di provare un paio d’anni di Brexit. Per vedere l’effetto che fa. Visto che molti hanno votato quelli che erano a favore. A seguire i pifferai si finisce nel precipizio. Lo si sa. Ma non si impara dal passato. Bisogna sempre sfracellarsi per rinsavire.

Cosa succede nel Regno Unito? Mancano 100 mila camionisti stranieri europei che la Brexit ha cacciato o ha impedito che entrino. Sono solo una parte del milione di lavoratori europei, tra cui molti italiani, che hanno lasciato il Regno Unito dopo la Brexit.

Come è noto, il 23 giugno 2016 il Regno Unito votò a favore, seppur con una maggioranza risicata, dell’uscita dall’Unione Europea. Eravamo un po’ dappertutto ai massimi dell’incantamento collettivo per i demagoghi populisti.

Il motivo dominante, seppur non l’unico, della Brexit era quello dominante nel populismo: i lavoratori stranieri ci rovinano, tolgono lavoro ai nostri, dobbiamo chiudere le frontiere.

E i lavoratori stranieri indicati come nemici erano soprattutto gli europei, italiani compresi. Uscire dall’Unione Europea voleva dire chiudere le frontiere ai lavoratori europei e porre dure restrizioni al loro accesso.

Così è stato fatto.

E adesso il Regno Unito non trova camionisti. Non solo. Non trova camerieri, cuochi, operai, infermieri, personale dell’assistenza, medici. E così via, perché quella società non sta in piedi senza gli stranieri. Gli inglesi non soltanto certi lavori non li fanno, ma hanno bisogno degli stranieri anche in professioni di medio, alto e altissimo livello.

Altro che “tolgono lavoro ai nostri”. Non sono gli unici. È così, più o meno, in tutte  le società benestanti.

E adesso gli inglesi si leccano le ferite della  Brexit. E prima o dopo torneranno sui loro passi.

Ma ci sono ferite che mai potranno essere rimarginate.

Come l’assassinio di Jo Cox, giovane parlamentare britannica laburista, madre di due figli piccoli, avvenuto il 16 giugno 2016 per mano di un fanatico nazionalista, Thomas Mair, poco prima che lei tenesse un comizio anti Brexit. “Prima la Gran Bretagna!” ha urlato l’assassino mentre la accoltellava a morte. Un omicidio avvenuto a conclusione di una campagna di odio contro di lei.

Lo stesso odio anti stranieri e anti Europa che poi armerà la mano dell’assassino del sindaco di Danzica, in Polonia, Pawel Adamowicz, il 19 gennaio 2019, e dell’assassino di Walter Lübcke, cristiano-democratico, presidente del comprensorio di Kassel, in Germania, il 2 giugno dello stesso anno.

A questo è arrivato l’odio stranieri nella nostra Europa. E l’abbiamo visto anche in Italia. Anche con l’uccisione di immigrati stranieri. Con gli attacchi, insulti, l’emarginazione nei loro confronti. Anche in Trentino.

Quest’odio non ha solo provocato disastri economici. Ha distrutto vite umane e ha rovinato la convivenza nelle nostre società. E continua a rovinarla.

Ci sarebbe bisogno anche qui di un paio d’anni di Brexit. La nostra società non è diversa da quella britannica.

Vedremmo quante badanti ci mancano, quanti camerieri e cuochi, quanti lavoratori nell’agricoltura, quanti nelle pulizie, nelle consegne, nei cantieri. E così via. Vedremmo cosa vuol dire restare senza lavoratori stranieri. Senza esseri umani stranieri. Persone, non solo braccia. Persone come noi.

In questi giorni la Conftrasporto, per bocca del suo vicepresidente, Luigi Merlo, ha detto che in Italia mancano 20 mila camionisti. Che la ripresa economica è a rischio. Che i container fanno fatica a uscire dai porti perché mancano camionisti. Che li cercano affannosamente nei Paesi dell’Est ma non vengono.

Questo è il risultato non solo del Covid, ma delle politiche migratorie e del lavoro cieche e demagogiche. E non è l’unico settore economico in affanno.

Perché le categorie economiche, visto che non hanno fatto nulla in questi anni per fermare le deriva populista, anzi, spesso l’hanno favorita, non chiedono ai parlamentari o ai ministri o ai consiglieri o agli assessori o ai presidenti, responsabili di queste politiche migratorie e del lavoro, di mandare i loro figli a fare i camionisti o i camerieri o i manovali?

Prima i nostri, o no?

 

Editoriale pubblicato su “Vita trentina” di giovedì 30 settembre 2021, data di testata domenica 3 ottobre 2021.

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