Un pugno di anime libere. Bruna Bianchi e la storia delle pacifiste e dei pacifisti durante la Grande guerra

Bruna Bianchi

La prima guerra mondiale fu uno spaventoso massacro, come si è ricordato in questi giorni, a Parigi come a Trento, a cento anni dalla sua fine.

I soldati morti furono 10 milioni, i civili morti 7 milioni, secondo stime attendibili. Milioni furono i feriti e gli invalidi, 10 milioni i profughi.

E poi distruzioni ovunque. E ovunque ordigni che per decenni avrebbero continuato a uccidere e mutilare.

 

E miseria, fame, orfani, vedove, invalidi. E ferite inguaribili negli animi delle persone e delle nazioni. E voglia di vendetta, e umiliazioni, e risentimenti, e voglia di rivincita.

 

Prigionieri di illusioni o bugie

La prima guerra mondiale generò il genocidio armeno, i totalitarismi, i loro stermini, il genocidio ebraico e un secondo spaventoso conflitto mondiale.

Per questo quella prima grande guerra è impressa a fuoco nella nostra memoria collettiva. Oggi è ricordata con più verità di quanto non si sia mai fatto. Con meno retorica e finzioni.

Ma allora le élite politiche e i popoli si fecero suggestionare dalle ragioni e dalle emozioni con cui si giustificò quella sciagurata avventura.

Tutti prigionieri di illusioni o bugie: la guerra giusta, la guerra sacra, la guerra breve, la guerra rigeneratrice. La guerra che porrà fine a tutte le guerre, l’illusione più patetica.

 

Una piccola minoranza denunciò le menzogne

Eppure, non solo prima ma anche durante la guerra ci furono coloro che seppero vedere lucidamente cosa stava accadendo.

Che non furono prigionieri di quelle illusioni, che denunciarono le menzogne. E che lo gridarono con immenso coraggio dai tetti finché fu loro permesso, e anche quando non fu loro permesso, pagandone le conseguenze. Con l’emarginazione, il discredito, la persecuzione, il carcere, l’esilio, subendo aggressioni, talvolta anche la morte.

Fu una piccola minoranza di pacifisti. Gli unici, veri realisti. Pochi, veramente pochi, ma presenti ovunque, in Italia, in Germania, in Austria, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, e in altre nazioni. Oggi, come ieri, dimenticati nelle celebrazioni ufficiali. Non dalla ricerca storica, però.

 

 Un libro che mancava

Giusto un anno fa, dal 16 al 18 novembre, il Museo storico del Trentino organizzò un importante convegno internazionale a Trento, alle Gallerie di Piedicastello, sull’opposizione alla guerra e i pacifisti.

E proprio in questi giorni, una delle relatrici a quel convegno, Bruna Bianchi, storica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha dato alle stampe un magnifico libro, L’avventura della pace. Pacifismo e grande guerra (Unicopli, Milano, 2018, p. 557).

 

 

Frutto di dieci anni di ricerche, scritto benissimo, con rigore e sobrietà, ma con profonda partecipazione intellettuale e umana, il libro di Bruna Bianchi finora mancava.

Esso rende compiutamente giustizia a quelle piccole, minoritarie, gigantesche storie di pacifisti e pacifiste.

Voci spesso deboli e isolate, di uomini e di donne, ma che raccolte assumono, ricorda l’autrice, la dimensione del coro.

Del coro, vien da dire, che come in una tragedia greca grida le verità più vere e più dolenti, mentre i protagonisti si scannano assurdamente tra di loro, travolti dalle loro passioni.

 

Anche il Nobel per la pace è per la guerra

Allo scoppio della guerra, le organizzazioni pacifiste internazionali si erano subito dissolte. La maggior parte dei pacifisti si schierò con le ragioni del proprie Paese.

E per ogni Paese la guerra giusta era la propria, perché rispondeva all’aggressione altrui, o a torti subiti. Tutti vittime, nessuno colpevole.

Perfino Teodoro Ernesto Moneta, l’unico italiano insignito del premio Nobel per la pace (nel 1907), si era schierato per la guerra, come aveva già fatto in occasione della guerra italiana di Libia (1911). Guerre giuste, guerre sacre.

 

Romain Rolland

 

Solo un pugno di anime libere

A difendere le ragioni della pace, contro tutto e contro tutti, rimasero in pochi.

Siamo solo un pugno di anime libere

disse lo scrittore francese Romain Rolland, punto di riferimento dei pacifisti di ogni Paese. Ed erede morale di Leone Tolstoj, la grande anima del pacifismo internazionale.

Un po’ alla volta, quelle donne e quegli uomini liberi costruirono nuove associazioni, nuove piccole riviste, reagirono con la parola e con l’azione all’impotenza e all’isolamento.

Dimentichiamo di essere minoranze insignificanti

scrisse il filosofo Bertrand Russel. Tornarono con coraggio a farsi sentire.

 

 

Videro lucidamente quel delirio distruttivo

Erano cristiani, socialisti, femministe, liberali.

Misero in luce le cause profonde della guerra e del suo fascino diabolico che trascinava i popoli alla distruzione.

Rovesciarono i messaggi della propaganda di guerra, come scrive Bruna Bianchi,

attribuendo a parole come coraggio, sacrificio, onore, famiglia, maternità, virilità, femminilità significati diversi, non rivolti all’annientamento, bensì alla conservazione della vita.

Affermarono l’incompatibilità tra cristianesimo e guerra, tra socialismo e guerra.

Denunciarono il nazionalismo che avvelenava le persone e produceva una spirale di paura, sospetto e odio.

Misero sotto accusa il militarismo, le responsabilità del capitalismo, l’industria e il traffico delle armi, le debolezze delle democrazie, le ingiustizie sociali, l’emarginazione delle donne.

E poi la paralisi del pensiero, il richiamo del branco, il culto dell’obbedienza, l’illusione che dal male sarebbe nato il bene.

Videro con lucidità le ragioni profonde di quel delirio distruttivo che si era impadronito delle persone.

 

Un nuovo protagonismo delle donne

Diedero vita a un nuovo protagonismo delle donne.

Cercasi Donne Ribelli, disposte a condurre, non a seguire, che non imitino gli uomini, ma forti, salde in quanto donne, che dichiarino guerra al folle massacro delle nazioni, sfidando gli imperi perché si fermino prima di prosciugare le vene dei popoli

scrisse Florence GuertinTuttle.

Elaborarono nuove concezioni dei rapporti internazionali e propugnarono la nascita degli Stati Uniti d’Europa.

Il sogno dell’Europa unita nacque nel pieno di quel primo massacro mondiale provocato dai nazionalismi europei.

Ma si adoperarono anche concretamente a soccorrere le vittime, ad assistere feriti e invalidi, ad aiutare orfani, vedove e profughi, senza guardare in faccia alle nazionalità alle quali appartenevano.

Tra l’ostilità dei più, promossero comitati per l’aiuto ai cittadini di nazionalità nemica. I diritti umani e sociali venivano prima degli interessi nazionali.

Prima l’umanità, dopo la nazionalità. Una lezione perenne quella di quel pugno di anime libere.

 

Pubblicato sul quotidiano «l’Adige» il 16 novembre 2018 e poi nel libro “Tempi feroci. Vittime, carnefici, samaritani”.

 

Il manifesto della presentazione del libro al Museo delle Donne di Merano il 18 novembre 2018.