Georges Bernanos, il realismo di uno scrittore spirituale

Cosa dice il nome di Georges Bernanos a molti, oggi? Forse poco, o nulla.

Il grande scrittore cattolico francese,  morto sessant’anni fa (il 5 luglio), e dimenticato in questo pur minore anniversario, ha letteralmente infiammato intere generazioni di lettori tra gli anni ’30 e ’60.

Chi si avventuri nelle storie culturali dei cristiani inquieti e non conformisti di quegli anni, siano essi i coraggiosi giovani antinazisti tedeschi della Rosa Bianca, o i monumentali teologi francesi e tedeschi della seconda metà del Novecento, “progressisti” o “conservatori” (Hans Urs von Balthasar per tutti), o una geniale scrittrice americana come Flannery O’Connor (forse la più simile a lui), oppure un profeta della Chiesa italiana come don Primo Mazzolari, inevitabilmente incontrerà Bernanos.

Puntualmente scoprirà che i suoi romanzi e i suoi saggi alimentavano – spesso in compagnia di altri grandi scrittori francesi come Léon Bloy e Charles Péguy, maestri del Nostro, ma anche di François Mauriac e Paul Claudel, suoi contemporanei – quell’inquietudine e quel non conformismo.

Libri, peraltro, quelli di Bernanos, continuamente ristampati in Italia, anche negli ultimi decenni, segno di un’attualità che perdura.

Ma si può davvero parlare di attualità a proposito di questo scrittore visionario e vulcanico, mistico e terrestre, complesso e inclassificabile?

Se di attualità si tratta, di sicuro essa non può essere confusa con la moda, comunque con i consueti modi di pensare.

Perché gli scritti di Bernanos non rientrano in nessuna abituale categoria, in nessuno schieramento letterario o politico, in nessuna corrente teologica o culturale in circolazione.

Era fuori dal coro anche in vita, figurarsi dopo. Fu sempre un uomo libero. Un uomo “solo”.

Nato a Parigi nel 1888, studi di lettere e diritto, si lega all’ Actione française, movimento di destra monarchico, orgogliosamente legato alla tradizione francese nazionalista, antidemocratica e antisemita, ma anche anticapitalista, che aveva le sue parole d’ordine nell’onore, nell’eroismo militare, nella supremazia della Francia paladina della civiltà cristiana, e in sommo disprezzo l’ “imbelle parlamentarismo”e tutta la politica del tempo, marxista o democratico-cristiana che fosse.

Ma è l’ingiustizia sociale che fin dall’infanzia lo tormenta e gli fa ribollire il sangue (“imbrattare d’inchiostro il volto dell’ingiustizia”, scriverà, “è il sale della mia vita”).

Finirà per essere odiato dalla destra e amato dalla sinistra, criticato dalla gerarchia cattolica e dalla stessa celebrato. Ripudiato dagli amici e osannato dai nemici. Salvo, poco dopo, rifiutato dagli uni e dagli altri. Sempre vicino al cuore di tutti e di nessuno.

Volontario nella Prima guerra mondiale, al ritorno trova lavoro in una compagnia di assicurazioni che lascerà un decennio dopo quando i primi successi letterari gli consentiranno di vivere, pur con grande fatica e sacrifici, di sola scrittura.

Nel luglio del ’36, ormai romanziere e polemista affermato, mentre è con la numerosa famiglia sull’isola spagnola di Maiorca, dove ha trovato casa in uno dei suoi innumerevoli spostamenti e traslochi (trentaquattro, dal ’19 al ’48, tra Francia, Spagna, Brasile, Tunisia,…) in cerca di tranquillità e prezzi bassi per vivere, e mentre festeggia l’eccezionale successo del suo nuovo romanzo, Diario di un curato di campagna, scoppia la guerra civile.

 

 

Bernanos parteggia per il generale Francisco Franco che è insorto contro il governo legittimo di sinistra. Il suo secondogenito Yves si arruola nella Falange, movimento paramilitare di estrema destra che sostiene il generale golpista. Lo stesso scrittore è amico dei capi falangisti di Maiorca.

Bernanos, però, nelle settimane seguenti, vede i crimini atroci commessi sull’isola dai franchisti e dai falangisti, cui si sono poi aggiunti i fascisti italiani.

Vede rastrellamenti e spietate esecuzioni di centinaia di civili da parte dei franchisti.

Assiste con sgomento al silenzio e alle complicità della Chiesa cattolica.

Non può tacere, è letteralmente preso dal disgusto. “Tradisce” la sua parte e nei mesi seguenti scrive I grandi cimiteri sotto la luna, un libro infuocato dove denuncia con una veemenza che scuote tutta l’Europa, cattolica e laica, i crimini e le ipocrisie della “crociata” spagnola franchista benedetta dal Vaticano.

 

 

Ma anche le malattie spirituali e sociali di un’intera civiltà, di cui il “carnaio” spagnolo non è che uno dei bubboni.

In questo libro “indelebile”, come l’ha definito Claudio Magris, Bernanos denuncia i gas di Mussolini sugli africani e le ipocrisie delle democrazie verso Hitler che stanno portando l’Europa alla catastrofe, vista profeticamente imminente, ma anche il totalitarismo comunista di Stalin e le ideologie progressiste e materialiste, peraltro suoi tradizionali bersagli.

Denuncia la disperazione e la paura prodotte da una civiltà dedita al culto degli affari e del denaro, che idolatra le macchine e la tecnica, priva di valori spirituali, che con le sue ingiustizie schiaccia e disprezza i poveri, quei poveri privilegiati da Cristo.

Ma è il cattolico di destra Bernanos che accusa implacabilmente la destra e la Chiesa quello che più fa scandalo. Lui che continua ad amare visceralmente la Chiesa dalla quale “non potrebbe starsene fuori un minuto”, lui che non ama i riformatori ma i santi (i suoi santi non sono eroi, ma creature goffe, insignificanti, “infantili”: “la santità non è sublime”), replica che

la libertà che la Chiesa ci lascia è un bene positivo, un diritto positivo, che abbiamo il dovere di utilizzare per la sua gloria e non di sotterrare come il talento del Vangelo” perché “sembra che per ogni cattolico non ci sia più che una sola attività perfettamente legittima, senza rischio di eccessi: l’apologia dell’autorità ecclesiastica e dei suoi metodi, l’esaltazione fanatica dei suoi più piccoli successi, anche a costo di vergognose menzogne…

Dopo  “I grandi cimiteri sotto la luna” non scriverà più romanzi, ma solo articoli e saggi. Anche in  Brasile dove porterà la famiglia, perché in Europa l’aria gli era diventata irrespirabile.

La catastrofe mondiale lo tormenta e lo dispera. Sosterrà da lontano la Resistenza con numerosi articoli e appelli, tanto che alla fine della guerra il generale De Gaulle, che lo ammira, gli proporrà, al suo ritorno in Francia, un ministero. Che lui rifiuta, come rifiuta la Legion d’onore e il seggio all’Académie Française tra i quaranta scrittori “immortali”.

Ma immortali restano, con I grandi cimiteri sotto la luna, alcuni suoi romanzi, sicuramente Nuova storia di Mouchette e il Diario di un curato di campagna, insieme al dramma Dialoghi delle carmelitane portato più volte sulle scene anche in Italia e musicato da Poulenc.

Nei romanzi, che hanno ispirato profondamente anche un maestro del cinema come Robert Bresson, Bernanos ha cercato di descrivere l’indescrivibile: l’incontro scontro delle anime umane con la dimensione del divino, del soprannaturale, del mistero, della Grazia, dell’angelico. Ma anche del demoniaco.

Con lui il lettore discende negli abissi, ad una profondità dove pochi, Proust tra gli apripista anche per Bernanos, si sono azzardati ad avventurarsi.

In questa discesa negli abissi mi chiedo perché il romanziere cattolico debba lasciarsi precedere da qualcuno. Tocca a lui camminare davanti. Ha una torcia in mano

scrive Bernanos. Perché

al romanzo moderno manca Dio, ma gli manca anche il diavolo. Posso capire che un materialista non ami sentire parlare di Satana perché non vuole vedere nella vita interiore altro che lo squallido campo di battaglia degli istinti. Una volta introdotto il diavolo, è difficile fare a meno della Grazia per spiegare l’uomo…

Bernanos attuale? Certo, ma non di moda. Non a nostro uso e consumo.

Nessuno come lui sorprende, scuote, illumina, sconcerta, irrita, stupisce, commuove riga dopo riga. Niente vi si trova di scontato.

Con una potenza e novità di scrittura che lo annoverano tra i grandi creativi del Novecento egli ci conduce per sentieri inconsueti e pericolosi, sul filo del precipizio. Mai tranquille passeggiate col cestellino della merenda e il prontuario delle consolazioni a portata di mano.

Lui che amava più di ogni altro il realista Balzac e la sua gigantesca, concretissima, “commedia umana”, sapeva, con Dostoevskij, che la realtà ha molte facce, molte dimensioni.

Il mistero e il soprannaturale vi appartengono, altrettanto legittimamente del sangue, di un sasso o della scienza. Il vero realista non può che essere spirituale.

 

Pubblicato sul quotidiano “l’Adige” il 4 luglio 2008