“Politica: passione e timore” (pubblicato in “La ‘memoria pericolosa’ di Giuseppe Dossetti”, “Il Margine”, 8/9, 1997.)

La rivista Il Margine, mensile dell’associazione Oscar A. Romero, e l’associazione Rosa Bianca hanno organizzato a Villa S. Ignazio a Trento dal 4 al 5 ottobre 1997 un seminario sul tema “La ‘memoria pericolosa’ di Giuseppe Dossetti” a un anno dalla scomparsa del grande monaco e politico.

Con relazioni di Alberto Conci, Giuseppe Dall’Asta, Fulvio De Giorgi, Guido Formigoni, Giampiero Girardi, Giuseppe Trotta, Michele Nicoletti, Paolo Giuntella, Grazia Villa, Vincenzo Passerini, Silvano Zucal.

Le relazione sono state raccolte in un numero monografico del Margine (n. 8-9 1997) pubblicato anche come volume. In questo numero del “Margine” ci sono tre testi di Vincenzo Passerini: la relazione “Politica: passione e timore”, presentata al seminario, e qui riproposta; e due testi scritti per “Il Margine”: “Nota biografica”,  pubblicato col titolo “Vita di Giuseppe Dossetti”, e “Nota bibliografica” riproposti in un altro post.

 

 

POLITICA: PASSIONE E TIMORE

di Vincenzo Passerini

 

I due incontri della Rosa Bianca con don Giuseppe Dossetti a Bologna aprono e chiudono l’anno 1986, un anno molto importante nella vita di Dossetti perché segna il suo ritorno sulla scena pubblica.

Il 22 febbraio, infatti, riceverà a Bologna dalle mani del sindaco l”‘Archiginnasio d’oro”, una onorificenza che aveva un po’ il sapore della riconciliazione tra l’amministrazione comunista e il giovane professore democristiano che tentò di conquistarla trent’anni prima in una memorabile e persa campagna elettorale.

Dossetti pronuncerà nell’occasione un grande discorso. In settembre, a Sorrento, parlerà per la prima volta in pubblico, e in modo articolato e approfondito, della sua esperienza di monaco all’annuale corso di aggiornamento dell’Università Cattolica.

I giornali torneranno cosi ad occuparsi, con attenzione, ammirazione e un certo stupore di lui. E tanti italiani si accorgeranno per la prima volta di questo singolare personaggio, un grande monaco che era stato anche un grande politico, mentre quelli più anziani ritroveranno un protagonista delle appassionate battaglie politiche del dopoguerra, quando c’erano Degasperi e Togliatti, Malagodi e Nenni, Einaudi e Calamandrei. Quando c’erano Stalin e Truman. Quando c’era Pio XII.

Tutti scomparsi e lontani, molto lontani (ad eccezione di Fanfani, uno dei dossettiani della prima ora, poi perso per strada, che l’anno dopo, il 18 aprile 1987, veniva chiamato a guidare, seppure per soli tre mesi, il governo, ben trentatré anni dopo il suo primo incarico di presidente del Consiglio; ad eccezione di Andreotti, ovviamente, il quale, dirà lo stesso Dossetti  e in tono assolutamente negativo, “è sempre stato dentro” (cfr. Alberto Mellon, L’utopia come utopia, in Giuseppe Dossetti, La ricerca costituente, I945-1952, a cura di Alberto Melloni, Il Mulino, Bologna, 1994, p. 57).

 

Altro che isolato dal mondo…

Stupiva dunque questo riemergere di Dossetti da quel lontano passato. Si accorgeranno ben presto, un po’ tutti, che al monaco i trent’anni di silenzio, di preghiera e di studio non avevano per nulla intaccato la sua non comune capacita di comprendere i fenomeni sociali e politici, anzi. Sottraendolo alle distrazioni del quotidiano e agli interessi contingenti e di parte gliel’avevano irrobustita.

Altro che sopravvissuto. Altro che isolato dal mondo. Il monaco Dossetti era il più aggiornato, moderno e lucido di tutti.

Lui sentiva che aveva da dire, alla Chiesa e alla politica, ancora qualcosa di forte, di carico di futuro, di profondamente radicato però nel presente, di concreto.

Tornerà a parlare e a scrivere, e ogni volta ne verrà fuori qualcosa di denso, di mai scontato, sempre di ampio respiro, sempre molto informato e documentato. Di profetico, nel senso non banale del termine, ma carico appunto della concretezza e dello sguardo penetrante, sul vicino e sul lontano, dei profeti dell’Antico Testamento.

 

Tutta la Storia, tutta la Bibbia

Il 1986, anno del suo ritorno sulla scena pubblica, è anche 1’anno in cui muore Giuseppe Lazzati – l’amico con il quale aveva condiviso la breve ma intensissima stagione dell’impegno politico – e alla sua alta lezione spirituale e civile richiama i cattolici italiani.

Richiamo non superfluo se si pensa alle penose accuse di “protestantesimo” cui Lazzati fu pochi mesi dopo fatto oggetto da parte del settimanale “Il Sabato”, vicino a Comunione e Liberazione, cui la Rosa Bianca oppose una vigorosa e riuscita iniziativa in difesa del buon nome dell’ex-rettore dell’Università Cattolica presso il tribunale ecclesiastico della diocesi di Milano (la destra cattolica italiana non era nuova alle operazioni di discredito verso i dossettiani: essa arrivò a definirli “comunistelli di sagrestia”; Dossetti, La Pira e Lazzati subirono nella loro vita, anche negli ultimi anni, molti ingiusti e velenosi attacchi da parte di potenti settori della Chiesa e della politica).

In quello stesso anno scrive due importanti prefazioni a due notevoli volumi: Le querce di Monte Sole, di mons. Luciano Gherardi, dedicato alle comunità martiri della violenza nazista a Marzabotto (volume che alla presenza dell’autore, di Paolo Prodi, di Luigi Pedrazzi e di Paolo Giuntella fu in seguito presentato anche a Trento per iniziativa del “Margine”), e la monumentale edizione di Genesi curata dal suo confratello Umberto Neri per l’editore Gribaudi.

La seconda guerra mondiale, la lezione terribile del nazismo, l’Olocausto di milioni di ebrei (uno spartiacque, lo definisce, nella storia dell’umanità e nella stessa riflessione teologica che nessuno dovrà più dimenticare); e la parola di Dio, la Bibbia, “tutta la Bibbia”, compreso “tutto” 1’Antico Testamento: due prefazioni che consentono a Dossetti di pronunciare parole di rara potenza su due temi decisivi nella sua esperienza di uomo e di cristiano.

 

Quel Capodanno 1986

Ma quando nel giorno di Capodanno del 1986 una trentina di aderenti alla Rosa Bianca, grazie a Luigi Pedrazzi e Paolo Giuntella, incontrano Dossetti per passare con lui una giornata di preghiera e discussione, il monaco è ancora un personaggio appartato di cui le cronache nazionali non parlano da decenni.

Un personaggio, come si diceva, consegnato alla storia, almeno dal punto di vista del ruolo pubblico.

In realtà, per i consueti misteriosi disegni, Dossetti si apprestava, appunto, a ritornare sulla scena pubblica e a lasciarvi, al di là probabilmente delle sue stesse iniziali intenzioni, un segno ancora una volta indelebile, e oggi possiamo dire anche decisivo, se si pensa al ruolo che finì per assumere nel 1994, anno della vittoria del Polo, di Berlusconi e Fini, anno di quelle minacce alla Costituzione che gli fecero lanciare il disperato appello in difesa della stessa, e che molti comitati spontanei e singoli cittadini in tutto il paese e a tutti i livelli raccolsero prontamente.

Partì proprio dai suoi appelli insistenti, e di una forza morale e politica che nessun altro in Italia era in grado di mettere in campo, una reazione che contribuì poi in maniera forse determinante alla nascita dell’Ulivo e alla sconfitta del Polo, e soprattutto alla salvezza sostanziale dei connotati fondamentali, personalisti e solidali, della democrazia nel nostro paese.

 

E poi il Capodanno 1987

Anche nel successivo Capodanno, quello del 1987, la Rosa Bianca e Dossetti tornano ad incontrarsi a Bologna per un’altra giornata di preghiera e discussione. Non sarà che il secondo momento di una ininterrotta vicinanza che segnerà in maniera determinante l’attività della nostra piccola associazione per tutto il decennio, fino alla scomparsa di don Giuseppe.

Ma prima di riprendere brevemente alcuni dei contenuti di quei primi due indimenticabili incontri mi piace ricordare che ancora nel tardo autunno del 1980, alla vigilia dell’uscita del primo numero de “Il Margine”, andammo in alcuni proprio da Dossetti. C’erano Paolo Ghezzi, Gianni Kessler, Michele Nicoletti, Silvano Zucal e il sottoscritto. In macchina, un po’ stretti, discutevamo animatamente sul nome da dare alla rivista.

Dopo la messa, un breve ma intenso colloquio con don Giuseppe, in piedi, nel cortile, mentre i suoi confratelli distribuivano come sempre il pane. Poche parole, ma per noi sufficienti ad imprimere alla piccola impresa culturale e spirituale che nasceva un marchio inconfondibile.

 

Restituire la Parola al Popolo di Dio

“Il cristiano è un testimone della Parola; anche in politica deve essere testimone della Parola”. Dossetti, in quel Capodanno dell’86, insiste sulla centralità della Parola, tema a lui carissimo.

Insiste: è inutile sperare di operare da cristiani nel mondo senza alimentarsi costantemente della Parola.

Non si tratta ovviamente di usare la Parola, di citarla a comodo. Bisogna alimentarsi costantemente della Parola, e la Parola finirà così per ispirare la vita, per guidarla, per dare luce, per capire il senso degli avvenimenti, per orientate nel profondo. Non per trovare meccanicamente le risposte alle domande dell’economia, della politica: quello che si dice un uso “integralista” della Parola. Tutt’altro.

Bisogna che ciascuno acquisti confidenza quotidiana con la Parola, legga integralmente e ripetutamente e nella preghiera la Bibbia se vuole che essa ispiri i suoi passi.

Dossetti, l’anno successivo, dirà che “bisogna restituire la Parola di Dio a tutto il popolo di Dio”, perché c’è il rischio che il predominio degli specialisti, teologi ed esegeti, emargini il laicato e la stessa gerarchia.

 

La politica, attività sapienziale

Quello degli specialisti è un problema anche per la politica. Non ci si affida ai tecnici, ma si utilizza in modo sapienziale il loro contributo. Guai, dice Dossetti, se sono loro a orientare la politica; guai, parimenti, se sono loro a orientare la Chiesa.

L’attività politica “non è da specialisti”, è diversa: “è un’attività sapienziale”.

Dossetti si sofferma su questo punto nel corso di ambedue gli incontri.

Oltre le virtù morali tipiche dello statuto del cristiano e per le quali basta l’insegnamento del Vangelo, è necessario per chi opera in politica coltivare gli abiti virtuosi, anche attraverso la lettura e meditazione dei libri sapienziali dell’Antico Testamento.

Libri spesso ignorati, invece.

Certe esperienze dei cattolici in politica sono risultate deludenti pin sul piano degli abiti morali che non su quello delle competenze

dice.

Su questo tema degli abiti virtuosi Dossetti ci ha lasciato una splendida pagina nella prefazione a Le querce di Monte Sole e a questo tema la Rosa Bianca dedicò l’anno dopo una delle sue scuole estive di formazione a Brentonico, in Trentino (“Il politico e le virtù”, 27-30 agosto 1987).

Insomma, insiste Dossetti, “nell’attività politica prima di sapere qual è la soluzione dei diversi problemi bisogna capire bene quali abiti virtuosi occorre acquisire per esercitare un’attività politica”.

Per formare i cristiani alla politica, dice Dossetti, non dobbiamo dare solo il supremo contenuto del Mistero, né dobbiamo dare solo delle dottrine politiche, ma

dobbiamo cercare di cogliere quello che ci può venire da quella zona intermedia della sapienza pratica

che va curata con l’esercizio, ma anche attingendo alla Rivelazione, ai libri sapienziali, appunto.

Gli abiti virtuosi “inducono a rifuggire da certe cose e inclinare a certe altre”.

Si tratta di costruire “comunità educanti”, a partire dalla famiglia, perché questa acquisizione di abiti virtuosi non può essere una operazione individuale.

 

Una strada tutta da esplorare

Dossetti, mi pare, ha aperto una strada ancora tutta da esplorare. Ha intuito un percorso formativo, ma non si è fatto praticamente nulla in questo campo. Le scuole diocesane di formazione politica si occupano d’altro, sono aridamente intellettualistiche, quando ci sono. Il resto è deserto.

Ci vuole ben altro, soprattutto dopo la catastrofe di Tangentopoli che ha segnato un prima e un dopo anche nella storia dei cattolici impegnati in politica.

Si parla molto di valori cristiani in politica, di visibilità dei cattolici (nuova parola magica, suadente, in nome della quale però si ripetono antichi errori), ma non si fa praticamente nulla di significativo nella formazione, imparando anche dalle durissime lezioni della storia.

Mi pare si stiano creando le premesse per nuovi tonfi morali, perché in sostanza la lezione di Tangentopoli è stata rimossa come un incidente di percorso o, peggio, come una invenzione della propaganda comunista per far fuori la DC (per non dire della tesi dell’ineffabile Cirino Pomicino, tornato in politica dopo essere definitivamente risultato colpevole di aver messo nelle sue tasche alcuni miliardi di tangenti, il quale, intervistato dalla trasmissione di RAI 2 “Mani pulite”, dichiara che si era costretti a rubare per colpa della cultura cattocomunista che colpevolmente ignorava che la politica costa…).

Si cerca ancora da parte della Chiesa di occupare spazi di potere, di avere sempre più concessioni dai nuovi regnanti, non ci si cura di formare seriamente alla politica le comunità e le persone.

A chi può rivolgersi oggi un normale cristiano, giovane o adulto che sia, che voglia impegnarsi seriamente in politica? Che supporti trova? Quale terreno umano, culturale e spirituale?

Se si dedicasse anche nella Chiesa un po’ più di tempo e di risorse alle persone invece che alle strutture e all’organizzazione forse le cose andrebbero meglio. Siamo ancora nella fase infantile della costruzione di un serio rapporto tra cristianesimo e politica.

 

La metafora del viaggiatore

Da quegli incontri trasparivano evidenti in Dossetti amore e insieme odio verso la politica. Una passione fortissima a stento trattenuta per la politica e insieme un fortissimo timore, a tratti quasi una ripulsa, soprattutto verso la politica esercitata ad alti livelli.

Nemmeno in lui era risolta questa contraddizione, si sentiva che ancora lo lacerava, che ancora le sue convinzioni su questo punto non avevano raggiunto, dopo tanti anni, un approdo sicuro.

D’altronde il suo riaffacciarsi sulla scena sarà il frutto più splendido di questa sua intima contraddizione (perché le contraddizioni a volte sono molto feconde).

Il suo era l’atteggiamento dell’anonimo autore della “Lettera a Diogneto”, un grande piccolo libro dei primi secoli del cristianesimo: siamo pellegrini tra gente da cui non vogliamo esteriormente distinguerci, viandanti in un mondo che amiamo; siamo degli immigrati che cercano di fare bene il loro lavoro, ospiti grati per quanto ricevono e consapevoli di doversene presto andare.

Dirà qualche mese dopo, l’1 ottobre 1987, nel suo intervento, anche questo memorabile, al congresso eucaristico di Bologna:

Si deve inculcare al cristiano che non solo può, ma deve impegnarsi nella storia (secondo la misura dei doni ricevuti e le opportunità pratiche): ma insieme gli si deve inculcare che questo egli deve sempre fare col massimo distacco possibile: pena la perdita di tutta la sua credibilità come esploratore e testimone dell’invisibile. Deve sempre essere pronto a lasciare il suo ruolo – tanto più quanto più possa essere umanamente appetibile – come un viaggiatore deve lasciare la camera d’albergo in cui ha pernottato una notte, disposto persino a lasciarvi la valigetta con cui vi era entrato.