Gurnah: “Scrivere serve anche a mostrare quello che può essere fatto diversamente”

Abdulrazak Gurnah

“Scrivere non riguarda un unico aspetto, non si concentra su questo o quel problema, su questo o quel timore, e siccome abbraccia la vita umana in un modo o in un altro, prima o poi la ferocia, l’amore e la debolezza diventano i suoi argomenti.

Sono convinto che scrivere serva inoltre a mostrare quello che può essere fatto diversamente, quello che sfugge al duro e cieco occhio del dominatore, quello che rende le persone, per quanto piccole di statura, sicure di sé stesse e immuni al disprezzo altrui.” (A. Gurnah)

Consegnato a Abdulrazak Gurnah il Nobel della Letteratura 2021

Abdulrazak Gurnah, nato e cresciuto a Zanzibar (regione della Tanzania), a 18 anni rifugiato a Londra nel 1968, divenuto professore universitario e scrittore, ha ricevuto il 6 dicembre 2021 presso l’Ambasciata di Svezia della capitale del Regno Unito il diploma del Premio Nobel della letteratura. A causa del Covid, infatti, le consegne dei diplomi del Nobel si sono svolte presso le Ambasciate svedesi dei Paesi di appartenenza dei premiati.

La casa editrice La Nave di Teseo ha iniziato la pubblicazione di tutti i suoi romanzi, cominciando da Sulla riva del mare (già edito da Garzanti nel 2006) da pochi giorni in libreria.

Ecco alcuni passi del discorso di Gurnah pronunciato in occasione del ricevimento del Nobel.

 

Abdulrazak Gurnah:

“Scrivere serve anche a mostrare quello che può essere fatto diversamente”

Dal Discorso per il ricevimento del premio Nobel della Letteratura 2021

Versione italiana pubblicata dal “Corriere della sera” del 7 dicembre 2021, traduzione di Rita Baldassarre

(per il testo integrale www.corriere.it)

 

“(…) Era importante confrontarsi con un’altra interpretazione della storia, che mi divenne più chiara vivendo accanto alla sua fonte in Inghilterra, più chiara di quanto non l’avessi percepita durante la mia istruzione colonizzata a Zanzibar.

Noi eravamo, quelli della nostra generazione, i figli del colonialismo, diversamente dai nostri genitori e da coloro che sono venuti dopo di noi, o perlomeno non nello stesso modo. Con questo non intendo dire che ci sentivamo estranei ai valori dei nostri genitori, né che coloro che sono venuti dopo di noi hanno saputo sbarazzarsi dell’impronta coloniale.

Noi siamo cresciuti e siamo stati educati in un periodo di grande fiducia imperiale, perlomeno nella nostra parte del mondo, dove il dominio si agghindava di eufemismi per nascondere la sua vera natura, e noi ci siamo resi complici di quel sotterfugio.

Mi riferisco al periodo precedente alle campagne di decolonizzazione che vennero avviate in tutta la regione, portando alla nostra conoscenza i saccheggi e le spoliazioni dell’occupazione coloniale.

Coloro che sono venuti dopo di noi hanno a loro volta cercato consolazione nelle delusioni post coloniali e personali, e forse non sono riusciti a vedere chiaramente, né ad approfondire, il modo in cui il rapporto coloniale aveva trasformato la nostra vita, e che la corruzione e il malgoverno erano anch’essi, in qualche misura, parte di quell’eredità coloniale.

Sono riuscito a chiarire alcuni di questi dubbi in Inghilterra, non perché abbia incontrato persone disposte ad affrontarli in dibattiti o nelle lezioni, ma solo perché ho capito meglio come mai qualcuno che mi assomigliava compariva nelle loro storie, nelle conversazioni informali e nelle opere scritte, e scatenava persino l’ilarità, nelle battute razziste alla televisione e altrove, e si scontrava quotidianamente con un’ostilità malcelata nei negozi, negli uffici e sugli autobus.

Non potevo cambiare in nessun modo quell’accoglienza, ma proprio come avevo imparato a leggere, affinando la mia comprensione, così è nato il desiderio di scrivere, per rifiutare i pregiudizi sommari e supponenti di coloro che ci additavano con scherno e disprezzo.

Ma scrivere non riguarda esclusivamente scontri e polemiche, per quanto stimolanti e rassicuranti possano sembrare.

Scrivere non riguarda un unico aspetto, non si concentra su questo o quel problema, su questo o quel timore, e siccome abbraccia la vita umana in un modo o in un altro, prima o poi la ferocia, l’amore e la debolezza diventano i suoi argomenti.

Sono convinto che scrivere serva inoltre a mostrare quello che può essere fatto diversamente, quello che sfugge al duro e cieco occhio del dominatore, quello che rende le persone, per quanto piccole di statura, sicure di sé stesse e immuni al disprezzo altrui.

Per me è stato necessario scrivere anche di questo, e di farlo in modo veritiero, per far emergere le brutture e le virtù, perché da queste scaturisce l’essere umano, scevro da semplificazioni e stereotipi.

Quando ci si riesce, ecco che traspare una certa bellezza.

Questo modo di guardare le cose lascia spazio alla fragilità e alla debolezza, alla tenerezza nella ferocia, e all’inclinazione alla bontà nei posti più impensati.

Per queste ragioni scrivere rappresenta un aspetto prezioso e coinvolgente della mia vita.”

***       ***    ***

 

A. Gurnah, “Sulla riva del mare”, traduzione di Alberto Cristofori, La Nave di Teseo, 2021, p. 382 (edizione originale “By the Sea”, 2001, tradotto e pubblicato in Italia la prima volta da Garzanti nel 2006).

 

“Il sessantacinquenne Saleh Omar è un mercante di mobili di Zanzibar, richiedente asilo in Inghilterra. Come un Sindbad dei giorni nostri, Saleh lascia una terra dove il genio del male si è incarnato in governanti ladri pronti a ogni forma di violenza politica: campi di concentramento, armi e uno stuolo di cortigiani.

Al suo arrivo a Londra, all’aeroporto di Gatwick, Saleh mostra un visto non valido, rilasciato in patria da un suo parente e acerrimo nemico, Rajab Shaaban Mahmud.

A Saleh è stato consigliato di fingere di non capire una parola di inglese, per cui l’assistente sociale che ha preso in carico il suo caso si trova costretta a chiedere la consulenza di un esperto di kiswahili, uno dei dialetti dell’Africa orientale: per ironia della sorte, l’interprete è Latif Mahmud, il figlio di Rajab, l’avversario di Saleh. L’uomo ha tagliato ogni ponte con la sua famiglia di origine dagli anni ’60, quando ha chiesto asilo come rifugiato in Inghilterra, dove vive nella nostalgia della sua terra.

Saleh si trova ora faccia a faccia con Latif in un cittadina inglese sul mare. Entrambi rifugiati, con un’origine e un destino ad accomunarli.”

(Dal risvolto di copertina di Sulla riva del mare)