Fermarsi e celebrare (invito alla “giornata leggera”)

Immagine di copertina del libro di Fabio Bonafé “Senza perdere la tenerezza”.

“Se qualcuno vuole veramente “mordere” l’esistenza dovrà fare, prima o poi, l’esperienza del digiuno.

Astenersi dal mangiare – vedremo subito in che modo – è veramente un mettersi alla prova, un misurare la nostra determinazione nel prendere in mano la nostra vita. “ (Fabio Bonafé)

 

 

È uscito recentemente il nuovo libro di Fabio Bonafé, Senza perdere la tenerezza. Per una spiritualità critica e attiva, (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2021, pp. 133, euro 15). Una guida stimolante e cordiale a un altro stile vita.

Bonafé, dopo la laurea in Filosofia della religione a Bologna, ha insegnato nelle scuole superiori di lingua tedesca tra Merano e Bolzano e poi è stato docente di Italiano presso le Università di Olomouc (Repubblica Ceca) e Innsbruck (Austria). Tra i suoi libri Le carte del Vangelo (Amrita, 2014), gioco di introspezione e vita pratica.

Di seguito pubblichiamo: un passo della prefazione di Augusto Cavadi, il paragrafo del testo di Bonafé “Fermarsi e celebrare” e i punti principali dell’Indice del libro. Un invito a leggerlo tutto.

 

 

Dalla Prefazione

di Augusto Cavadi

 

“Chi conosce il volto di Fabio Bonafé intuisce perché dal primo incontro – ormai anni fa – mi è balenata l’immagine di un micio sornione che avesse assunto, provvisoriamente, sembianze umane.

E capisce al volo perché solo un mite, pensoso, arguto, allegro professore di lettere in quiescenza come lui poteva scrivere le pagine così sagge che state per sfogliare.

In esse mette in discussione parametri di giudizio, stili di vita, atteggiamenti quotidiani ormai consolidati nell’opinione comune; ma senza l’acredine del moralista da sala da barba che, per citare Fabrizio De André, ‘dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio’.

Al mio amico Fabio non basta destrutturare, gli importa costruire: un tempo fa, si sarebbe detto, infatti, che il suo è un libro ‘edificante’. Costruire mappe per orientarsi nella vita, criteri per affrontare gli ostacoli con tenerezza e responsabilità, iniziativa e semplicità.”

 

Fermarsi e celebrare

testo di Fabio Bonafé

 

«Se qualcuno vuole veramente “mordere” l’esistenza dovrà fare, prima o poi, l’esperienza del digiuno.

Astenersi dal mangiare – vedremo subito in che modo – è veramente un mettersi alla prova, un misurare la nostra determinazione nel prendere in mano la nostra vita.

Sarà anche un modo per avere una concreta consapevolezza della nostra dipendenza, non solo da ciò che il lavoro e la terra producono, ma anche da chi ci ha educato.

Appena interrompiamo l’automatismo delle abitudini alimentari ci rendiamo conto anche del peso e dell’importanza che la società in cui viviamo e la cultura in cui siamo nati hanno sempre avuto nell’orientare le nostre “scelte”, nel determinare i riti e i ritmi della nostra vita.

 

Prendere coscienza e valorizzare

Mangiare è un’attività necessaria e inevitabile, ricca di tradizioni e di cultura, collegata all’economia primaria della produzione agricola e del commercio.

Fermare per un po’ il nastro trasportatore e la catena di montaggio, oggi si dice la “filiera”, di questa economia fondamentale ci permette di prendere coscienza e di valorizzare tutto ciò che appartiene al mondo del cibo e dell’alimentarsi.

Ci aiuta a chiederci: “Da dove viene quello che sto per mangiare? Chi lo ha portato sulla mia tavola? Cosa so io di tutto il mondo che c’è dietro e senza il quale io non potrei vivere?

Quali responsabilità ho anche io nel sostenere le regole di questo modo di produrre, che coinvolge gli uomini e gi animali, le piante, l’aria, l’acqua, la giustizia, la salute e la vita di tutto il pianeta?”

 

Una mezza giornata “leggera”

Veramente il suggerimento che darei può apparire modesto a tanti, ma credo che sia importante partire con una esperienza poco ambiziosa e molto praticabile: entrare nel mondo del digiuno con una mezza giornata.

Bevete acqua quanta ne volete, ma non prendete altro: non fate colazione e non pranzate, solo verso le sei del pomeriggio (ma in estate, quando fa ancora caldo, potrebbe essere più tardi, verso il tramonto) unite la merenda con la cena e fate una cosa leggera.

Ovviamente dovete scegliere la giornata giusta e le condizioni giuste.

Se dovete preparare un pranzo perché avete ospiti, non dovete nemmeno pensarci. Forse potrebbe andar bene un sabato dalla mattina al pomeriggio.

Se non volete chiamarlo “digiuno”, che sembra molto austero e ascetico-snob, chiamatela “giornata leggera”.

Potreste fare una giornata leggera ogni settimana oppure ogni mese.

 

Una zona di resistenza e sovranità

Appena ne farete la prova, capirete anche che siete entrati in una zona di “resistenza”. Resistenza a cosa, vi chiederete? Per esempio all’essere docili e inconsapevoli esecutori di rituali alimentari. Ma anche resistere all’impulso che dentro di voi dice “ho fame! Ho fame! Che ore sono?”.

Questa capacità e questo allenamento, nel resistere a qualcosa che viene da fuori e anche da dentro, aiutano a diventare padroni di se stessi. Diventare sovrani, cioè. Davvero non sarebbe poco.

In certi contesti familiari e sociali potrebbe risultare difficile fare una “giornata leggera”. Per questo dovrete spiegare agli altri cosa state facendo, superando diffidenze e sarcasmi e inoltre dovrete ritagliarvi anche uno spazio adatto.

 

Dedicarsi a se stessi

È impensabile che mentre digiunate stiate ad osservare intorno a voi gli altri che si abbuffano di pastasciutte e di arrosti!

La cosa migliore sarebbe poter contare su una giornata in cui si è a casa da soli. Oppure poter uscire e trovare “rifugio” da qualche altra parte. Questo vi permetterebbe di usare il tempo della giornata leggera  per dedicarvi a voi stessi fuori dalle attività convenzionali e di routine.

Potreste fare una passeggiata lenta e rifugiarvi qualche ora in una biblioteca con un quaderno di appunti e un libro per riflettere (esclusi romanzi e altre evasioni…).

Per chi non si sentisse troppo imbarazzato ci sarebbe anche la possibilità di organizzarsi per un mezzo ritiro chiedendo ospitalità in un convento o in una chiesa.

Ma occorre coprirsi bene, perché quando non si mangia viene freddo e forse anche sonno!

 

Celebrare la vita con chi non si conosce…

Per finire altre due considerazioni.

Se provate a fare il conto di quello che non mangiando una mezza giornata potete risparmiare, forse restereste sorpresi e scoprireste di avere anche un certo potere.

Tra colazione e pranzo saltati, vi potrebbero restare in tasca almeno 5 euro (siete a casa vostra, non al ristorante!). Se lo fate anche solo una volta al mese vi restano 60 euro l’anno. Cosa potete fare di questi soldi?

La risposta sta a voi. Ma, se volete, potreste investirli dandoli ad associazioni di volontariato che si occupano di gente che non ha da mangiare, e che forse ha anche gravi malattie perché è denutrita.

Potete “celebrare” così la vita e il vostro affetto concreto per l’umanità, anche per quella che non vi conosce e che voi non conoscete.

 

…e con chi si conosce

A questo punto celebratela anche con chi conoscete! Aprite la vostra casa e apparecchiate la vostra tavola almeno una volta al mese per i vostri amici e celebrate la festa condividendo le cose portate da tutti.

Magari potete invitare per una volta anche qualche persona che non viene mai invitata da nessuno. Non perdete tempo, fatelo già in questo mese!»

***

Dall’ Indice del libro

Non è una regola di vita

Tenerezza (e Inno alla tenerezza)

Responsabilità

Iniziativa

Semplicità

Esperienze, esperimenti, esercizi:

  • Smarcarsi
  • Rallentare
  • Fermarsi e celebrare
  • Giocare
  • Parole
  • Approssimazione
  • Inversione positiva
  • Conclusioni provvisorie
  • Due esercizi finali

Approfondimenti e altre letture

 

(da Fabio Bonafé, Senza perdere la tenerezza. Per una spiritualità critica e attiva, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2021, pp. 133, euro 15)