Gli angeli e i demoni degli eritrei

Il calvario del popolo eritreo ha i suoi demoni e i suoi angeli. A guidare la schiera dei primi è Isaias Afewerki, il dittatore dell’Eritrea al potere da ventiquattro anni, vero principe delle tenebre, angelo caduto, liberatore del suo popolo e poi suo aguzzino, secondo un triste copione non raro nella storia dei movimenti di liberazione marxisti-leninisti.

Nel giugno dello scorso anno una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, creata nel 2014 e presieduta dall’australiano Mike Smith, ha presentato a Ginevra una relazione in cui si documentano, ancora una volta (un dettagliato rapporto era stato presentato anche nel 2015), tutta una serie di crimini contro l’umanità del regime eritreo: sparizioni forzate, prigionie arbitrarie, torture, persecuzioni, omicidi che avvengono in assenza di un sistema giudiziario indipendente, di un parlamento, di una stampa libera.

E poi un servizio militare a tempo indeterminato a cui sono costretti tutti i ragazzi e le ragazze, obbligati per anni e anni a vestire la divisa, manodopera gratuita e obbediente a disposizione del regime e forma di controllo e repressione permanente di ogni possibile fermento di ribellione.

I campi di addestramento militare come quello di Sawa, nel deserto ai confini col Sudan, hanno la fama sinistra di lager, per le violenze e gli stupri che vi si commettono. Altri demoni.

Per questo, chi può scappa dall’Eritrea, soprattutto i giovani. Per questo ci sono tanti profughi eritrei.

Ogni mese fuggono dal Paese dai due ai tre mila giovani. Fuggono da un calvario, ma altri li attendono.

Viaggi pericolosi, e spesso mortali, attraverso il Sudan, l’Egitto, la Libia, ogni volta guardie di confine e polizie avide e violente, prigioni dove vengono torturati e violentati se non pagano, bande che li rapiscono e chiedono ai parenti riscatti altrimenti li uccidono e vendono i loro organi.

Il traffico di organi prelevati ai profughi, anche in sale operatorie allestite lungo le rotte dei migranti, è ormai ampiamente documentato. Demoni, ancora demoni.

E se riescono a superare questo secondo calvario un terzo li attende, non meno pericoloso e disumano dei primi due: il viaggio verso l’Europa, sul barcone.

La speranza di salvezza, dopo tanto patire, affidata ad altri demoni, i grandi trafficanti e i piccoli scafisti, perché la comunità internazionale non vuole mettere in campo dei corridoi umanitari che rispondano a questa disperata speranza di salvezza di tutti questi esseri umani che vogliono solo vivere, che non vogliono più subire violenze e sofferenze, che attendono una mano amica, qualcuno che risponda al loro grido di aiuto.

Il barcone, la morte che aspetta dietro l’angolo, fino alla fine, l’ultimo calvario dopo altri calvari, uno più atroce dell’altro.

Dei 366 morti del naufragio del 3 ottobre del 2013 al largo di Lampedusa, quando affondò un barcone carico di profughi, 360 erano eritrei. La morte, dopo tanto patire e sperare.

Ma il calvario del popolo eritreo ha anche i suoi angeli.

Soccorritori, difensori, persone e organizzazioni che li assistono e li proteggono lungo le dolorose odissee, Paesi e persone che poi li accolgono e li aiutano a ricostruirsi una vita.

Salvare vite umane sarà sempre un’opera benedetta da Dio e dagli uomini, anche se ci sarà sempre qualcuno che disprezzerà quest’opera, e la ostacolerà, perché la statura umana non è di tutti.

A guidare la schiera degli angeli che soccorrono il popolo eritreo ci sono una donna, Alganesh Fessaha, e un sacerdote, don Mussie Zerai.

Li ho scoperti leggendo La frontiera di Alessandro Leogrande, un gran bel libro.

Alganesh Fessaha è nata in Eritrea, ma da quarant’anni vive a Milano dove esercita la professione di medico.

Coraggio senza limiti e impegno instancabile per liberare le sue sorelle e i suoi fratelli eritrei catturati dai beduini del Sinai o prigionieri nelle carceri egiziane, o per soccorrerli nei campi profughi in Sudan e in Etiopia fanno di lei una di quelle rare creature che anche nei momenti più neri sanno tenere diritta, e indicare agli altri, la rotta dell’umanità, qualunque cosa succeda. Alganesh Fesssaha opera attraverso la ong “Gandhi”.

Anche don Mussie Zerai è eritreo.

Lasciata Asmara nel 1992 a 17 anni, arriva a Roma dove sperimenta la condizione degli immigrati e decide di dedicarsi a loro e a Dio. Diventa sacerdote degli Scalabriniani, un ordine che si dedica ai migranti.

Da allora è impegnato a salvare gli eritrei dai naufragi e dalle carceri libiche, ostacolato da nemici di ogni tipo, ma sempre in prima fila a soccorrere vite umane in pericolo, a denunciare l’orrore delle carceri libiche, le conseguenze disumane dei respingimenti, le repressioni del regime eritreo, i silenzi, le complicità, l’indifferenza dei governi europei.

 

Pubblicato sul quotidiano «l’Adige» il 27 aprile 2017