Corano e Bibbia insieme sull’altare

Il Corano viene portato sull’altare a fare compagnia alla Bibbia durante la messa. Mentre migranti musulmani fanno compagnia a migranti cristiani e al popolo locale dei credenti che affolla la navata. È accaduto domenica 18 gennaio 2015 nella chiesa arcipretale di Mori alla festa dei migranti e dei profughi voluta dalla diocesi trentina e da tutta la chiesa cattolica.

Alla messa anche letture in varie lingue. E canti e suoni di tradizioni diverse, compreso l’Hevenu Shalom Aleichem, portatore del segno di pace della tradizione ebraica. Celebrava don Lauro Tisi, vicario del vescovo.

Gesto simbolico potentissimo, questo Corano accanto alla Bibbia durante una sacra celebrazione.

Balsamo sulle ferite in questi giorni dolorosi e cupi. Gesto ancora rarissimo. Profetico. Rivoluzionario. Gesto che disturba, anche.

Gesto di sfida. Alle nostre pigrizie mentali, anzitutto. E poi a tutti i guerrafondai, all’ideologia terroristica che vuole lo scontro e pratica le esecuzioni e le stragi, alla mentalità razzista che vede nell’altro il nemico. Gesto di riconciliazione, di ascolto, di rispetto, di amicizia.

Gesto di umiltà, di accoglienza anche della verità altrui, di accantonamento di ogni pretesa di possedere Dio e di possedere la verità.

Penso alle parole di Pierre Lucien Claverie, vescovo della diocesi di Orano in Algeria, fautore del dialogo con l’Islam, ucciso nel 1996 da estremisti islamisti:

“Nessuno possiede la verità, ciascuno è in cerca di essa. Credo che Dio c’è, non pretendo di possederlo. Non si possiede Dio. Non si possiede la verità, ed io ho bisogno della verità di altri che pure sono in ricerca.”

Gesto che commuove pensando all’odio, al disprezzo, al sangue versato, ai milioni di innocenti e pacifici musulmani, cristiani, ebrei che credono nell’amicizia, che praticano l’amicizia, che si fanno compagnia gli uni gli altri nella vita di ogni giorno e cercano, e sperano, e vogliono vivere in pace, rispettandosi. Gesto che ha parlato anche per loro, per quella immensa fetta di mondo la cui voce è ora sopraffatta dagli spari e dalle urla.

Gesto che è stato un grande avvenimento. Perché i grandi avvenimenti non accadono solo a Parigi, a Manila, a Roma, in Nigeria, in Pakistan o a New York. Possono accadere anche tra di noi, qui, in una delle periferie del mondo, in una borgata trentina in una grigia domenica d’inverno.

La Chiesa quando vuole è capace di gesti simbolici grandiosi. Le istituzioni ancora non lo sono. Eppure dovrebbero imparare, perché c’è bisogno anche di grandi gesti simbolici laici e istituzionali. I terroristi sono maestri nei gesti simbolici. Come i razzisti.

L’Occidente, in senso culturale e politico, spesso dimentica il ruolo del simbolo. È prigioniero di troppa sciatteria e di un materialismo banale che riduce tutto a statistica, affare, calcolo, sedicente realismo, «praticume» razionale.

L’uomo è molto più profondo, più vasto, più ricco di dimensioni di quello che spesso le nostre televisioni ci raccontano e raccontano agli altri.

Anche l’Occidente ha un’anima, ma la nasconde, non è capace di trasmetterla. L’Occidente è per molti popoli del Sud del mondo o dell’Oriente soltanto economia e benessere arroganti, affari, soldi, prodotti, armi, cinema, spregiudicatezza morale, mercato da servire, da conquistare o da combattere. Ideologia arida, priva di Spirito, di interiorità, di mistero, di poesia.

Certo che non siamo così, non siamo soltanto questo. Ma così ci mostriamo, così ci vedono gli altri.

Ecco perché ho trovato molto importante quello che mi ha detto don Beppino Caldera, organizzatore della festa, dopo la messa e prima del rinfresco (affollatissimo) a base di piatti etnici e di musica:

«Qualcuno non vorrebbe la messa a questi incontri, per rispetto nei confronti delle altre religioni. Ma noi dobbiamo far vedere che crediamo in qualche cosa, se ci crediamo. E loro sono contenti di vederlo, di scoprirlo. Diversi di loro vengono volentieri in chiesa a vedere, ad ascoltare, magari anche a pregare a modo loro. Se non vogliono non sono certamente obbligati. Dobbiamo mostrare loro la nostra fede, non imporla, ma non nasconderla».

C’è una conferma di questo anche nel resoconto che della festa ha dato Laura Galassi su «l’Adige» di lunedì 19 gennaio:

«“Non importa se siamo musulmani, questa festa è anche per noi e ci è piaciuto osservare la messa e conoscere altre persone” hanno raccontato Omar Farouk, originario del Bangladesh, e Sulemany Ali, pakistano, entrambi ospiti al centro di accoglienza di Marco».

L’integrazione non è solo una questione amministrativa, giuridica, politica, economica, scolastica, sociale-civile. Le debolezze dei modelli anglosassone e francese devono far pensare.

Altrimenti rischiamo di svegliarci un mattino e di accorgerci che abbiamo vissuto insieme per tanti anni, condiviso tanti momenti, ma siamo rimasti nel profondo estranei, e su quella estraneità è poi stata addirittura innestata, o si è sviluppata, la pianta dell’inimicizia e dell’odio.

«Siamo vasti, troppo vasti ‒ diceva Dostoevskij ‒, bisognerebbe restringerci». Ma la vastità, non misurabile, dell’essere umano non può essere ristretta, intendeva dire il grande russo. L’Occidente deve tirar fuori la propria anima, deve saper mostrare e testimoniare agli altri, lontani o giunti tra di noi, quello che crede, ama e spera. Religioso o meno che sia.

Non si vive di solo prodotto interno lordo, di elettronica e tv. E di arroganza delle grandi armate che vanno a sistemare una volta per sempre i popoli barbari.

 

Pubblicato su ladige.it il 22 gennaio 2015