Chiediamo scusa alla famiglia di Sara Pedri

Sara Pedri (a destra) con la sorella Emanuela.

Un anno fa, il 15 novembre 2020, arrivava in Trentino, Sara Pedri, ginecologa di 31 anni, originaria di Forlì, piena di energia, generosa, precisa, una grande passione per il lavoro.

Aveva vinto un concorso per un posto all’ospedale di Cles ma, essendo stato chiuso il reparto a causa del Covid, era entrata in servizio a ostetricia e ginecologia nell’ospedale Santa Chiara di Trento.

 

Tutti sapevano, ma hanno fatto finta di nulla

Sperava di trovare in Trentino le condizioni migliori per lavorare. Si è trovata invece in un reparto che l’ha psicologicamente distrutta.

Un ambiente tossico, dove dottori e infermieri, donne e uomini, venivano maltrattati, umiliati, insultati dai responsabili del reparto, il primario Saverio Tateo e la vice Liliana Mereu, come avrebbero, troppo tardi, accertato le indagini dei carabinieri, gli ispettori del Ministero e una commissione interna.

In questi anni molti medici e infermieri erano scappati da quel reparto. Lo sapevano tutti. Nel 2018 e nel 2019 le dottoresse avevano denunciato per iscritto la gravissima situazione ai responsabili. Ma tutti facevano finta di niente, dalla Provincia, all’Azienda sanitaria, alla direzione dell’ospedale. Regnava l’omertà. Alla faccia dei valori dell’autonomia speciale e del ritornello che noi siamo più bravi degli altri. Una pagina vergognosa della nostra storia.

 

“Era paralizzata dal terrore”

La dottoressa poté rientrare in famiglia, a Forlì, solo tre mesi dopo, il 19 febbraio. In condizioni allarmanti. Non mangiava, non dormiva, aveva perso sette chili, “era paralizzata dal terrore”, racconta la sorella Emanuela. Quel reparto del Santa Chiara era un inferno per chi vi lavorava.

Sara Pedri tornò in Trentino. L’1 marzo avrebbe dovuto riprendere servizio, questa volta al Cles, ma nel consultorio, non a ostetricia.

Ma il 3 marzo presenta le dimissioni e il 4 scompare. La sua macchina col cellulare dentro (staccato alle 7 del mattino) viene trovata quel giorno vicino al ponte di Mostizzolo, tra Cis e Cles, tristemente noto per i suicidi.

E al suicidio pensano gli stessi familiari di Sara, mamma e papà, un fratello e una sorella. Che ogni mese, come ha raccontato la sorella Emanuela al “Corriere della sera”, giornale che ha seguito puntualmente la tragica vicenda, organizzano una messa per lei, per ricordarla insieme alle persone che le hanno voluto bene.

 

La madre: “È stata un bellissimo dono”

Per mamma Mirella era stato un bellissimo dono avuto a quarant’anni, dopo che avevano adottato due bambini. Oggi, dice, “sono una mamma disperata di fronte alla tragedia che mi ha colpito. Che il sacrificio di mia figlia aiuti chi ha subito mobbing”.

In tutti questi mesi l’Azienda sanitaria non ha mai sentito il dovere di farle almeno una telefonata. “Nessuno ci ha mai chiamati per sapere cosa fosse successo e come stesse la mia famiglia” ha detto Emanuela Pedri.

Ma il comportamento vergognoso dell’Azienda sanitaria, espressione diretta della Giunta provinciale, non si è manifestato solo nei confronti dei familiari di Sara Pedri che avevano il diritto di essere interpellati dal datore di lavoro della loro congiunta scomparsa. Il diritto, non la cortesia.

 

Il vergognoso comportamento della Provincia autonoma e dell’Azienda sanitaria

L’Azienda sanitaria, tre mesi dopo la scomparsa di Sara, il 7 giugno scorso, come nulla fosse successo confermava, con delibera firmata da Benetollo, Ferro, Anselmo e Andrenacci, il dottor Tateo come primario del reparto.

Due giorni dopo, il 9 giugno, la popolare trasmissione della Rai “Chi l’ha visto?” riapriva però, clamorosamente, il caso con un bellissimo e sconvolgente servizio che aveva la meglio sui tentativi trentini di insabbiamento. I familiari di Sara, mai interpellati dall’Azienda sanitaria, raccontavano alla televisione cosa era successo.

 

Licenziato il primario, ma era stato confermato

Le ricerche del suo corpo riprendevano, la Procura apriva un’inchiesta, le ginecologhe chiedevano l’intervento degli ispettori del Ministero. E l’Azienda sanitaria era costretta a nominare una commissione d’inchiesta interna. Che ha accertato la gravità dei fatti accaduti, in base ai quali il Comitato dei garanti ha chiesto il licenziamento del dottor Tateo, deliberato il 7 novembre dall’Azienda sanitaria.

La Provincia di Trento, con la sua Azienda sanitaria, è stata dunque incapace in forza dell’autonomia di accertare la verità di quello che succedeva in casa propria, ma vi è stata costretta dall’esterno: dalla tenacia di Emanuela Pedri, che non ha mai mollato, da una trasmissione della Rai nazionale, “Chi l’ha visto?”, e dall’arrivo degli ispettori del Ministero.

 

Con quali criteri si valuta la qualità della sanità? Solo economici e di quantità

Una pagina triste e vergognosa della nostra autonomia. Che almeno serva a cambiare drasticamente. A partire dai controlli, che non funzionano, né quelli interni né quelli esterni (anche il sistema dell’informazione e quello politico dovrebbero fare autocritica).

E dai criteri con i quali si valuta la qualità di un servizio. Come ha ricordato Marco Ioppi, presidente dell’Ordine dei medici del Trentino, “non ci possono essere solo obiettivi economici e di quantità. Abbiamo un sistema aziendale che ha continuato a  seguire solo questi obiettivi, mai obiettivi di salute, per i cittadini e per gli operatori che lavorano”.

Come trentini, chiediamo scusa alla famiglia Pedri per non essere stati capaci, malgrado la nostra presunzione, di creare un sistema sanitario che tutelasse la dignità e la vita di Sara.

 

Pubblicato sul settimanale “Vita trentina” uscito giovedì 11 novembre 2021, data di testata domenica 14 novembre 2021.

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