La rivoluzione nonviolenta di John Lewis

Con il cuore, il coraggio, l’intelligenza, ma anche con la testa spaccata dalle manganellate della polizia John Lewis ha cambiato l’America. Che oggi, dopo sette giorni di solenni onoranze, lo saluta per l’ultima volta e lo affida alla terra di Atlanta, capitale della Georgia.

Il funerale, in forma privata per il coronavirus, ma diffuso dai media, si svolgerà nella storica chiesa battista di Ebezener, dove crebbe Martin Luther King, che era il figlio del pastore.

John Lewis, morto a 80 anni il 17 luglio, è stato uno dei grandi leader della lotta nonviolenta per i diritti civili degli afroamericani. Prima come giovane portavoce degli studenti accanto a Martin Luther King, poi, dal 1986 alla morte, come deputato al Congresso in rappresentanza della Georgia.

 

Fino ai sei anni vide solo due bianchi

 

Nato il 21 febbraio 1940 a Troy, in Alabama, in una famiglia di mezzadri, terzo di dieci figli, John fino ai sei anni vide solo due bianchi.

Questa era la segregazione razziale nel Sud razzista. Due mondi totalmente separati.

Il mondo dei privilegiati bianchi, che dettava legge, e il mondo degli oppressi neri, privi del diritto di voto, esclusi dalle giurie dei tribunali, in balia delle violenze dei bianchi e degli apparati dello Stato.

Il quindicenne John non tollera questa situazione e vorrebbe cambiare la sua cittadina come Rosa Parks e Martin Luther King stanno cambiando Montgomery, la capitale dello Stato. Ma bisogna prepararsi, la battaglia è durissima.

 

La nonoviolenze è lotta tenace e rivoluzionaria

 

John va a studiare teologia a Nasvhville, in Tennessee, per diventare pastore, e poi si laurea in religione e filosofia. Impara dai metodisti la nonviolenza e vi resta fedele fino alla morte.

Dimostrerà che la nonviolenza è lotta attiva, tenace, rivoluzionaria per cambiare la realtà, e che la cambia davvero se chi la pratica ha più coraggio, più preparazione, più resistenza interiore di chi usa metodi violenti.

Domenica scorso il carro col suo feretro ha attraversato ancora una volta il ponte della cittadina di Selma, l’Edmund Pettus Bridge, dove nella primavera del 1965 ci furono tre storiche marce nonviolente per il diritto di voto ai neri.

Nella prima marcia i poliziotti a cavallo del governatore George Wallace e gruppi di bianchi armati di bastoni aggredirono il corteo pacifico proprio alla fine del ponte. Un brutale pestaggio sui 600 manifestanti, che non reagirono.

Ma settanta milioni di americani videro in diretta alla tv le immagini e ne rimasero sconvolti. Videro anche la testa di John Lewis spaccata da una manganellata.

 

Gli censurarono il discorso

 

Lewis raccontò che si era preparato ad andare in prigione, non all’ospedale. Nello zaino aveva messo una mela, un’arancia, uno spazzolino da denti, il dentifricio e due libri. Uno di un professore di scienze politiche di Harvard, l’altro del monaco pacifista Thomas Merton.

I fatti di Selma segnarono una svolta nella battaglia per i diritti civili. Ne nacquero altre marce, e alla fine il presidente degli Stati Uniti, Lindon Johnson, firmò, il 6 agosto di quell’anno, la legge che garantiva il diritto di voto agli afroamericani in tutti gli Stati Uniti.

Ma l’esordio di John Lewis come uno dei Big Six, i sei leader del movimento per i diritti civili dei neri, era avvenuto due anni prima, alla storica marcia su Washington, al termine della quale Martin Luther King tenne il famoso discorso “I have a dream”.

Anche Lewis, ventitreenne, tenne in quell’occasione il suo discorso. Ma nei giorni precedenti dovette correggerlo. Troppo radicale, gli dissero. Lui non ne voleva sapere di cambiarlo. C’era la parola “rivoluzione”,  nonviolenta, certo, ma sempre rivoluzione.

C’era un critica al presidente John Kennedy. C’era l’impazienza dei giovani stanchi di subire e che chiedevano cambiamenti subito. Cedette. Tolse la critica a Kennedy e attenuò qualcosa. Ma fu la consacrazione del suo radicalismo nonviolento. Che poi portò per oltre tre decenni, con ammirevole coerenza, nella vita politica e nelle aule del Congresso.

Disse: “Noi dobbiamo combattere per qualcosa di più dei diritti civili. Noi dobbiamo combattere per creare una comunità in pace con se stessa”.

 

Pubblicato sul quotidiano “Trentino” il 30 luglio 2020