«Fanno il deserto e gli danno il nome di pace»

Vento e neve hanno reso più difficile in queste ore l’evacuazione dei civili rimasti ad Aleppo est, crocifissa da quasi cinque anni di guerra e da sei mesi di assedio feroce. Eppure, dopo tante bombe cadute dal cielo quei fiocchi di neve sembrano portare un messaggio di salvezza a quelle donne, a quei bambini, a quei vecchi affamati e traumatizzati.

Sono saliti sui pullman con gli ultimi ribelli e sotto la protezione della Croce Rossa sono stati accompagnati nei territori controllati dall’opposizione o nei campi profughi, in base all’accordo sul cessate il fuoco che l’Onu è riuscita a ottenere e che ha fermato la mattanza.

In una decina di giorni sono state messe in salvo 40 mila persone.

 

Assad e Putin hanno fatto il deserto

Assad e Putin hanno conquistato, distruggendola, tutta la parte est della città che fin dal 2012 era rimasta in mano agli oppositori di Assad, sostenuti dagli aiuti che fluivano dal confine turco distante solo quaranta chilometri.

Si può dire con Tacito: «Là dove fanno il deserto, gli danno il nome di pace».

Hanno fatto il deserto di ogni barlume di umanità.

Hanno deliberatamente bombardato ospedali e infermerie, scuole, case, mercati, moschee.

Hanno usato bombe a grappolo, vietate dal diritto internazionale perché mirano a dilaniare i civili. Amnesty International l’ha documentato e provato.

Hanno risposto col terrore al terrore dell’Isis che ha massacrato civili e usato armi chimiche.

Non hanno distinto tra terroristi e innocenti: il terrore non guarda in faccia a nessuno, che venga dagli aerei degli eserciti ufficiali o dai kamikaze che si fanno saltare in aria in un mercato. O da un convertito alla causa che si getta con un camion tra la folla di un mercatino di Natale a Berlino.

Terrore chiama terrore e quando avranno completato l’opera ad Aleppo la chiameranno pace, ma la pace in Siria resterà lontana e la lotta al terrorismo diventerà ancora più difficile.

 

Guerra di civiltà?

L’anno che sta per finire sarà ricordato per il martirio di Aleppo, la bella e antichissima città di cui si parla in testi egizi fin da duemila anni prima di Cristo, oggi seconda città della Siria e suo principale centro industriale.

Un martirio che la sua popolazione ha patito in solitudine, nell’incapacità della comunità internazionale di levarsi in difesa degli innocenti. Incapacità, ma anche complicità e indecenze della politica internazionale.

Nel carnaio del Vicino Oriente si stanno combattendo, attorno a giganteschi interessi economici e strategici, le grandi e le medie potenze occidentali e mediorientali, Stati Uniti e Arabia Saudita da una parte, Russia e Iran dall’altra, la Turchia alleata dei primi e nemica di Assad, ma ora anche amica dei russi, e poi pezzi di Europa, Francia e Regno Unito in testa, con le loro infelici ambizioni tardo coloniali. Siria, Iraq e Afghanistan sono il campo di battaglia.

La chiamano guerra di civiltà, o guerra di religione, ma è una sporca e intricata guerra intorno al petrolio, ai traffici colossali di armi, alla supremazia nell’area.

 

L’Isis usata dai suoi nemici di oggi

Il terrorismo islamista nella sue varianti, ora in quella più nefasta rappresentata dall’Isis, è stato in una prima fase usato e rafforzato dai contendenti, come già era successo in Afghanistan, diventando poi il mostro che è sotto gli occhi di tutti. Ma il mostro non è spuntato casualmente.

Nel carnaio del Vicino Oriente sono le popolazioni civili a pagare il prezzo più alto. In solitudine, come ad Aleppo.

Quella solitudine scolpita nella foto del piccolo Omran Daqneesh, il bimbo di cinque anni salvato dalle macerie di un bombardamento dell’agosto scorso e seduto, smarrito e coperto di polvere e sangue, sul sedile di un’ambulanza.

 

La morte del piccolo Aylan aveva scosso e cambiato

Il 2015 era stato l’anno della tragedia dei profughi giunta al suo culmine, almeno per l’Europa, e l’immagine ancora una volta di un bambino siriano ne era diventata l’atroce simbolo: quella del piccolo Aylan Kurdi, di tre anni, riverso senza vita su una spiaggia della Turchia dopo il naufragio del barcone sul quale cercava la salvezza.

Quella foto di Aylan aveva commosso il mondo.

L’accoglienza ai profughi aveva conosciuto in Europa e in America un salto, per quanto provvisorio, di qualità.

 

Omran e la solitudine dopo le emozioni

Non è accaduto così per l’immagine del piccolo Omran. Presto è stata dimenticata, l’assedio feroce ad Aleppo est è continuato e centinaia di bambini sono morti sotto le macerie. E con loro centinaia di adulti, anziani, donne, malati.

Ma Aylan con la sua morte e Omran con il suo volto smarrito non ci ricordano solo la solitudine delle vittime siriane.

Ci ricordano altre solitudini.

 

I piccoli dello Yemen a chi stanno a cuore?

Quella del Nord Est della Nigeria e quella dello Yemen, soprattutto. A causa del terrorismo di Boko Haram che costringe le popolazioni ad abbandonare i villaggi, i campi e il lavoro, migliaia di bambini stanno morendo di fame nel Nord Est della Nigeria.

Joanne Liu, presidente di Medici senza Frontiere, «denuncia la scomparsa della generazione sotto i cinque anni», ha scritto il «Corriere della sera» del 10 dicembre scorso.

«Ho girato diversi posti, e dovunque ti assale la stessa domanda: dove sono finiti i più piccoli? Sono spariti per la mancanza di cibo» ha raccontato al giornale Joanne Liu. Solitudine atroce di questi piccoli nigeriani che scompaiono nel silenzio del mondo.

Nello Yemen, intanto, il Paese più povero del Medio Oriente ma strategicamente importante, continua la guerra civile, un altro cruciale fronte dello scontro in atto in Siria. Qui sono i sauditi e i loro alleati dell’area a bombardare, con l’aiuto degli americani e degli europei, le città in mano ai ribelli.

La guerra ha fatto 10 mila morti in diciotto mesi, ha dichiarato nell’agosto scorso il coordinatore Onu per i diritti umani Jamie McGoldrick.

Anche qui sono stati colpiti ospedali e scuole, mercati e quartieri.

Anche qui carneficine da parte sia dei governativi sia dei ribelli e dei gruppi terroristici. Nell’immobilismo della comunità internazionale, anche perché c’è la diretta responsabilità dei Paesi occidentali.

Il destino dei poveri yemeniti sta a cuore a pochi.

 

Come si misura il progresso di una civiltà? La parola a Huizinga

Il grande storico Johan Huizinga, nel momento più buio della storia europea del secolo scorso, mentre era prigioniero dei nazisti e mentre la civiltà del suo tempo era «curva sotto un plumbeo peso di ciarlataneria e di pregiudizio», si chiedeva come si poteva misurare la qualità di una civiltà rispetto alla precedente.

Nelle scoperte? Nei prodigi della tecnica? Nelle meraviglia delle arti?

No, il paragone andava fatto in un altro modo:

«Gli uomini, che nel loro complesso pur rappresentano la civiltà, erano più buoni, più savi, più giusti o più pietosi dei loro padri? Erano meno crudeli, più fedeli e sinceri, e sapevano dominarsi meglio che i loro antenati?».

Tutte qualità che oggi, siamo sinceri, non godono molta fortuna nelle culture politiche ed economiche dominanti. Nelle culture comunque di moda. In noi stessi. Anzi, godono di un largo disprezzo.

Pensiamoci, mentre riflettiamo sul perché di Aleppo, del Nord Est della Nigeria, dello Yemen e delle loro strazianti solitudini.

Dopotutto il Natale cristiano vorrebbe ricordarci ciò che ci ricordava Huizinga. La verità rovescia i valori dominanti, perciò è scomoda. Ma è semplice e bambina.

 

Pubblicato sul quotidiano «l’Adige» il 24 dicembre 2016