Bolzano e Brennero porte della speranza

Come nella vita delle persone, anche in quella delle comunità i drammi e le sofferenze possono far crescere. Possono risvegliare, invece della paura, il meglio che c’è in ciascuno. Ne è convinto Claude Rotelli, presidente di Volontarius, l’associazione che a Bolzano sta ogni giorno accanto ai profughi e alle tante povertà di strada, vecchie e nuove.

In questo drammatico 2015 le stazioni ferroviarie di Bolzano e Brennero sono diventate per i profughi una delle porte della speranza verso il Nord, la Germania soprattutto.

Porte che si aprono e si chiudono.

E ogni volta è un alternarsi di nuove sofferenze e nuove speranze per questa umanità dolente in cerca della terra promessa.

 

Stazioni, scuole di umanità

 

Le stazioni di Brennero e di Bolzano sono state trasformate dalla tragedia epocale dei profughi in scuole popolari di umanità, rivelando un Alto Adige caldo di cuore e prontissimo a rispondere. I cittadini si sono mobilitati spontaneamente per soccorrere i profughi costretti dalla polizia a scendere dai treni diretti in Austria e Germania: «Ma abbiamo il biglietto!». «E i documenti?». «Non abbiamo documenti». «Allora dovete scendere».

Ben 24 mila i profughi bloccati, almeno temporaneamente, da gennaio a ottobre di quest’anno, contro i 4 mila dell’intero 2014.

Settanta, cento, fino a centocinquanta ogni giorno.

Bloccati nelle stazioni di Brennero o di Bolzano. Senza nulla, bisognosi di tutto, dopo essere sbarcati in Italia da pochi giorni o da poche ore da quei disgraziati barconi della speranza. Dopo notti insonni, fame, terrore di non farcela, dolore per quelli che non ce l’hanno fatta e sono stati inghiottiti dal mare.

 

Anche l’angolo dei bambini

 

Siamo qui alla stazione di Bolzano, nella saletta dove vengono accolti i profughi messa a disposizione dalle Ferrovie dello Stato.

Siamo con gli operatori di Volontarius. L’associazione è stata incaricata dalla Provincia di coordinare l’attività di aiuto di enti e associazioni (Caritas, Croce Rossa, Fondazione Langer, associazione Aeb) e cittadini.

I profughi a quest’ora del mattino sono già ripartiti per inseguire il loro sogno oltre confine. Nella saletta ci sono una decina di tavoli con le panche per mangiare e riposare.

L’angolo dei bambini, una coperta sul pavimento, tanti giocattoli e peluche.

Di là c’è una stanzetta adibita ad ambulatorio dove operano i volontari e il personale della Croce Rossa, e poi una piccola cucina, la dispensa, il magazzino con scaffali pieni di indumenti, scarpe, coperte.

Tutto è stato portato dai cittadini di Bolzano, ma anche di altre città.

 

Gli abitanti di Brennero i primi a muoversi

 

«La mobilitazione spontanea di soccorso ai profughi è cominciata al Brennero» ci dice Andrea Tremolada.

«Sono stati gli abitanti di Brennero i primi a muoversi. Prima delle associazioni, prima dell’ente pubblico. E così è avvenuto subito dopo a Bolzano. Le stazioni sono diventate una spontanea scuola di formazione umana e civile».

Centinaia di giovani, adulti, anziani, italiani e tedeschi, anche gli Schützen, si sono recati in stazione dai profughi con panini, acqua, coperte, biancheria, indumenti di ogni tipo, saponette e dentifricio, giocattoli. Con un sorriso, una mano amica. Che valgono più dell’oro.

 

Uno sguardo umano

 

«Queste persone hanno bisogno soprattutto di uno sguardo umano» dice Arianna Barbagallo che coordina gli interventi alla stazione.

«La maggior parte dei profughi sono sbarcati da poche ore. Alcuni sono traumatizzati, tanti spaventati. Cerchiamo di ascoltarli, innanzitutto, con l’aiuto degli interpreti, e poi di rassicurarli, di far capire loro che siamo lì per aiutarli. Ci sforziamo di trasmettere fiducia, dopo che hanno subito tante violenze e soprusi. Non capiscono cosa sta succedendo, dove sono, perché sono stati fermati. Diamo loro informazioni, senza interferire col lavoro della polizia. Diamo loro l’assistenza di cui hanno bisogno».

Gli operatori e i volontari, dopo aver parlato con loro, averli tranquillizzati, e dopo averli accolti e assistiti (per poche o per tante ore, anche per un’intera notte) li accompagnano all’ufficio della Polfer dove viene loro chiesto di compilare un modulo e viene data loro una lettera-invito a presentarsi in Questura per formalizzare la richiesta di asilo. Qualcuno si presenta.

I più, appena possono, ripartono per il confine, con qualsiasi mezzo.

 

Come fratelli e sorelle

 

Chi può fermare il loro sogno?

Sono per lo più eritrei, e poi sudanesi, somali, nigeriani, ghanesi. Sono passate anche tante famiglie siriane. Il confine è vicino, la meta è il Nord. E loro vanno.

In Alto Adige i profughi accolti sono meno di un migliaio, come in Trentino. Le migliaia che sono transitati per le stazioni non si fermano.

«Quando ripartono, ci salutano come fratelli e sorelle», dice Arianna, e fa fatica a nascondere la commozione.

Non è facile per questi giovani operatori e volontari reggere a tanta sofferenza e a tanta speranza umana che si riversa sulle loro vite. Ma vengono accompagnati e aiutati anche loro, si aiutano a vicenda.

Queste nuove generazioni vedono per la prima volta da vicino le conseguenze umane di una guerra o di una persecuzione politica o religiosa. Non si tirano indietro. Non hanno paura. Si rimboccano le maniche. Si fanno forza.

Non sono mai mancati i volontari in stazione, neanche a ferragosto. Volontari e aiuti vengono anche dalle valli e dai paesi vicini.

 

Questione di giustizia, non di carità

 

Luca Demarchi, giovane operatore, è stato da poco ad Ora dove ha incontrato la popolazione per informarla sulla situazione dei profughi, sia quelli in transito che quelli accolti:

«C’è molta attenzione e tanti si sono mobilitati spontaneamente per raccogliere viveri e indumenti».

Informare, formare. Roberto Defant, trentino e bolzanino d’adozione, cura i progetti di Volontarius nelle scuole altoatesine, sia di lingua italiana che tedesca. Sono progetti molto curati, diversi incontri per classe, mai incontri con troppi studenti. Progetti molto apprezzati e richiesti.

«Il mondo è cambiato radicalmente e noi dobbiamo aiutare gli studenti a leggere questi cambiamenti. Non è questione di carità, ma di giustizia. Spiego ai ragazzi che dobbiamo soprattutto riconoscere che ogni persona è importante. A partire dai nostri familiari, dai compagni di classe, dagli insegnanti. Poi arrivano i profughi e i poveri che vivono in strada. Se con le altre persone stabiliamo una vera relazione, allora riusciamo a vedere un essere importante in ciascuno, a prescindere dalla sua lingua, dalla sua religione, dal colore della sua pelle, dalle sue condizioni economiche. Partiamo da qui».

Dalle stazioni ferroviarie è partita una scuola di umanità anche per le scuole. I drammi possono far crescere un’intera comunità.

 

Pubblicato sul quotidiano «l’Adige» il 5 novembre 2015