La signora Irlanda

Elezioni presidenziali molto strane in Irlanda. Venerdì 1° ottobre Mary McAleese è stata riconfermata alla presidenza della Repubblica per altri sette anni.

Ma la sua rielezione è avvenuta nel modo più sconcertante che si possa immaginare.

Perché Mary McAleese, venerdì primo ottobre, è stata rieletta senza elezioni.

Il presidente della Repubblica irlandese, che ha su per giù gli stessi poteri di quello italiano, è eletto direttamente dal popolo e può essere rieletto per un secondo mandato. La Costituzione prevede, però, che se si presenta un solo candidato, questi diventa automaticamente presidente della Repubblica. Le elezioni non si svolgono.

 

L’unico candidato

È accaduto proprio questo. La McAleese era l’unico candidato.

Il presidente uscente può ricandidarsi senza la necessità che qualcuno proponga o sostenga la sua candidatura, mentre gli altri candidati debbono avere, per concorrere, il sostegno ufficiale (nomination) di almeno venti parlamentari o di almeno quattro assemblee consiliari di contea, la suddivisione amministrativa più importante dello Stato.

Ci sono 160 deputati e 26 contee nella Repubblica d’Irlanda. Nessuno dei modesti aspiranti candidati è riuscito però a ottenere l’appoggio di un pugno di loro. La McAleese era data per vincente sicura. I candidati autorevoli si erano defilati.

I partiti di opposizione, in particolare la sinistra e i Verdi, hanno dichiarato che le elezioni costano troppo e che loro preferiscono concentrare gli sforzi politici e finanziari sul governo più  che sulla presidenza della Repubblica.

Scuse penose. Ma come, i partiti godono di un consistente finanziamento pubblico e non ce la fanno ad affrontare una campagna elettorale in un Paese di quattro milioni di abitanti?

 

Un funzionario dichiara rieletta Mary McAleese

E così in una sala della Custom House, l’elegante palazzo tardo settecentesco della vecchia dogana che oggi ospita alcuni uffici del governo, il funzionario addetto, alla presenza della stampa, ha dichiarato eletta alla presidenza della Repubblica Mary McAleese per altri sette anni, “essendo l’unico candidato presentatosi”.

Subito dopo la presidente ha dichiarato: “Sono felicissima di essere stata eletta per servire i1 popolo d’Irlanda come suo presidente per i prossimi sette anni”.

Una scena da Sudamerica o da Africa di un passato non molto lontano (e non ancora del tutto sepolto), quando i nuovi presidenti si autoproclamavano, giuravano in un qualche ufficio davanti a un qualche funzionario e si annunciavano al mondo. Senza il voto di qualcuno, parlamento o popolo che fosse.

Strane elezioni quelle irlandesi, ma costituzionalmente ineccepibili.

 

Mary McAleese (Foto V. Passerini)

 

Piagnistei del giorno dopo

Adesso qui é un lamento generale: democrazia sconfitta, popolo tradito, cittadini privati del potere di scegliere il presidente come la Costituzione vorrebbe, la McAleese avrebbe dovuto ritirarsi, e così via.

Un insopportabile piagnisteo. Alla radio, il giorno delle “elezioni”, durante il programma più popolare del pomeriggio, ci sono state due ore di canzoni sarcastiche sulle elezioni presidenziali. E di risate.

Ma 1’unica che ha il diritto se non di ridere perlomeno di sorridere, come ha fatto, è proprio la presidente che era pronta ad affrontare la campagna elettorale se ci fosse stato qualcuno con cui contendere.

Del resto la cosa non è nuova in Irlanda, anche se troppi in queste ore fanno finta di non saperlo. Altri quattro presidenti della Repubblica, a partire dal 1938, sono stati investiti dell’altissima carica senza passare attraverso il voto popolare.

Il fatto è che ogni sistema elettorale ha le sue debolezze, più o meno nefaste. Bisogna saperle vedere e curare per tempo, al di là dei calcoli del momento.

 

Le battaglie elettorali si devono fare

Perché ci si scandalizza solo adesso? E ieri? Non si potevano trovare per tempo dei correttivi?

Ma la più debole, oggi, è forse la politica.

Nell’Irlanda del travolgente successo economico, gli ideali e il senso della politica si appannano. Le battaglie elettorali allora si combattono se conviene. Se si è sicuri di ottenere un risultato. Non perché ci si crede. Non perché si ha qualcosa di importante da dire. Non perché si ritiene che una campagna elettorale possa essere anche una grandissima occasione di educazione civica. Non perché si è convinti che compito dei partiti è quello di credere in qualcosa, volerlo dire ai cittadini, volerli coinvolgere nella sfida di trasformare in realtà quello in cui si crede e si spera.

 

Dublino, Irlanda turistica. (Foto V. Passerini)

 

Dublino, Irlanda povera: “Non sono affamato di successo, sono soltanto affamato. Jack 12 anni”. E poi: “Ci sono 90.000 bambini che vivono in povertà in Irlanda”. I fasti economici, ma di cartapesta, della “Tigre celtica” hanno lasciato il posto alla povertà della crisi economica. (Foto V. Passerini)

 

Le donne al comando

È dal 1990 che l’Irlanda ha una donna alla presidenza della Repubblica. Per la piccola nazione, tra le più cattoliche e anche tradizionaliste d’Europa, almeno fino a qualche anno fa, si tratta di un non trascurabile primato.

Dal ‘90 al ‘97 la presidenza fu di Mary Robinson, avvocato, anticonformista, femminista, socialista, cattolica “indisciplinata”, proveniente da una famiglia con radici sia cattoliche sia anglicane, ella pure sposata con un protestante. Amatissima. Due mesi prima della conclusione del mandato presidenziale si dimise per andare a dirigere l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

A succederle fu eletta, nel 1997, con largo consenso popolare, Mary McAleese, nata a Belfast, avvocato anche lei, giurista, professore al Trinity College di Dublino, proposta dal partito centrista del Fianna Fail. Figura di primo piano del mondo cattolico, aperta e moderata, solida nazionalista, la McAleese ha sofferto senza imbarazzi il confronto con la più carismatica Robinson.

 

La mitica Mary Robinson

Le due donne, a modo loro, hanno lasciato il segno nella politica di questi anni. Più la Robinson, senz’altro, per la sua totale indipendenza, per le sue battaglie per i diritti delle donne e dei più deboli, per la sua passione per il Terzo Mondo. E poi per quel gesto dirompente e dalle enormi conseguenze politiche che fu la stretta di mano, nel corso della sua visita ufficiale a Belfast, in Irlanda del Nord, a Gerry Adams, il leader del Sinn Féin, braccio politico dei terroristi indipendentisti dell’Ira.

Bandito dalle televisioni, considerato egli stesso un terrorista sia nella Repubblica d’Irlanda sia nel Regno Unito, Adams ebbe dalla Robinson il primo importante riconoscimento politico. Era il 1993.

Alcuni mesi dopo Adams lo avrà da Clinton che gli autorizzerà il visto per gli Stati Uniti e che due anni dopo andrà a stringergli la mano nel suo quartiere di Belfast, Falls Road. Nel ‘97 la storica stretta di mano a Gerry Adams verrà da Tony Blair.

Il processo di pace, che portò allo storico Accordo del Venerdì Santo del 1998, ebbe una svolta decisiva proprio con il riconoscimento ufficiale che c’era un problema politico prima che militare o istituzionale in Irlanda del Nord. Che dietro il terrorismo dell’Ira c’era una irrisolta questione politica e sociale che doveva essere guardata in faccia, senza infingimenti e ipocrisie.

La Robinson aprì una breccia definitiva nel muro dell’ipocrisia politica e della incomunicabilità.

 

O. O’Leary e H. Burke, “Mary Robinson. The authorised biography”, Hodder & Stoughton, London 1998. Dopo la presidenza irlandese, la Robinson fu chiamata a ricoprire l’incarico di Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i diritti umani.

 

La comunione ribelle di MaryMcAleese

La McAleese non è la Robinson, ma è una personalità di tutto rilievo. E anche un suo gesto dirompente e altamente significativo è entrato nella storia di questa tormentata isola.

Sfidando la proibizione ufficiale della chiesa cattolica, la presidente, cattolicissima e fedelissima, partecipò alla messa dei protestanti nella Christ Church di Dublino e andò a ricevere la comunione. Un gesto duramente riprovato dalle gerarchie cattoliche, ma largamente apprezzato dal popolo.

Lei che è nata e cresciuta nella lacerata Irlanda del Nord ha fatto della riconciliazione tra le religioni uno dei suoi cavalli di battaglia, tanto che un commentatore l’ha definita un po’ maliziosamente il più popolare e autorevole vescovo d’Irlanda.

 

La contessa Markievicz eroina dell’indipendenza

Le due presidenti fanno ricordare, con le dovute differenze, un’altra donna che ha lasciato il segno nella storia d’Irlanda, la contessa Constance Gore-Booth Markievicz, una delle icone dell’indipendentismo irlandese.

Lei, di ricca famiglia protestante di origini inglesi, sposò un cattolico, e fece sua la causa del nazionalismo irlandese e del proletariato cattolico. Un duplice scandalo.

Fu tra i protagonisti della sfortunata rivolta indipendentista della Pasqua del 1916 contro i ”suoi” inglesi e fu risparmiata perché donna dalla fucilazione che decimò la leadership dell’insurrezione.

Socialista, si convertì al cattolicesimo, e fu poi la prima donna eletta nel parlamento britannico, nel 1918, quando l’Irlanda faceva ancora parte del Regno Unito. Divenne anche ministro del lavoro, l’anno successivo, nel primo illegale governo irlandese formato dai parlamentari eletti ma che si erano rifiutati di sedere a Westminster (l’Italia dovette aspettare il 1976 e Tina Anselmi per avere un ministro donna, guarda caso anch’essa al lavoro).

 

Nella storia dei grandi ribelli irlandesi al colonialismo inglese la contessa Constance Markievicz (1868-1927) ha un ruolo di primo piano (qui al centro della copertina del libro di Morgan Llywlyn, “A pocket history of Irish Rebels”, The O’Brien Press, Dublin 2001).

 

Donne anticonformiste

Antica e davvero interessante la storia delle donne nella politica irlandese. Con quella costante di mettere in discussione il proprio campo di appartenenza, anche nelle scelte più personali, di rompere schemi e consuetudini, e con ciò di aprire nuovi capitoli nella storia del Paese.

Certo, la McAleese non é la Markievicz, e non è neanche la Robinson. Ma quel suo gesto ribelle e profetico, poco presidenziale, nella Christ Church non è stato dimenticato. E oggi che ci si sta avvicinando alla fase conclusiva del processo di pace, dentro la sua Irlanda del Nord e tra le due Irlande, religiose e politiche, il suo ruolo sarà ancora decisivo.

 

Pubblicato il 13 ottobre 2004 sul quotidiano “l’Adige” e nel libro “Bloomsday. Cronache irlandesi” (2011).