Una parata a Belfast

Sabato 4 settembre 2004, in una calda giornata di sole, mentre anche Belfast inorridiva davanti alle cronache della strage di Beslan nell’Ossezia del Nord, da Whitewell Road partiva l’ultima grande parata estiva dei protestanti estremisti.

Ho lasciato Dublino e in treno sono andato anch’io a Belfast a vedere la parata, anche se le angoscianti notizie da Beslan invitavano soltanto a starsene seduti da qualche parte, in silenzio. Ma non potevo non andare.

 

Volevo vedere da vicino cosa era cambiato nell’epicentro della tragedia nordirlandese a dieci anni dal cessate il fuoco proclamato il 31 agosto del 1994 dall’Ira, l’Irish Republican Army, il movimento terroristico indipendentista di parte repubblicana e cattolica.

Anche se l’Ira continua a esistere, creando non pochi problemi, quell’annuncio fu decisivo per far progredire la pacificazione in questo pezzo di Irlanda che fa parte del Regno Unito.

 

800 anni di colonialismo britannico

Infatti pochi mesi dopo anche i gruppi paramilitari protestanti dichiaravano il cessate i1 fuoco. Si accelerava così il processo di pace che avrebbe portato, sotto la spinta di Tony Blair e di Bill Clinton, all’Accordo di Belfast dell’aprile 1998.

L’Accordo del Venerdì Santo, com’è chiamato, con la sua ispirazione fortemente autonomistica ed egualitaria dovrebbe mettere fine a ottocento anni di colonialismo britannico, particolarmente oppressivo dalla Riforma anglicana in poi, e a una feroce guerra civile che negli ultimi trentasette anni ha lasciato dietro di sé 3.703 morti, di cui 2.074 civili, cioè non terroristi o militari o forze dell’ordine. Soprattutto a Belfast, dove i morti sono stati 1.682, le devastazioni terroristiche e poliziesche spaventose, tanto da costringere chi ha potuto ad abbandonare la città passata dai 416.000 abitanti del 1971 ai 279.000 del 1991.

 

Un anticipo messianico

Da Belfast a Dublino c’è un’ora di treno e puoi goderti il paesaggio. Prima la piatta costa e il mare. Poi ti immergi tra le verdi colline, i campi, i pascoli, le fattorie con il bestiame e i trattori, la brughiera, i villaggi, le chiese. Il dolce paesaggio irlandese Non ti stanchi di guardare. Né ti accorgi di quando attraversiamo il confine di Stato tra la Repubblica d’Irlanda e il Regno Unito ed entriamo nell’Ulster, nell’Irlanda del Nord. Passando anche dall’euro alla sterlina. Nessun cartello, nessuna guardia, nessuna richiesta di documenti. Nulla. Un confine leggero, quasi inesistente, ti vien da pensare. Ma sai che così non è, che ci si uccide ancora per questo confine.

Il paesaggio è sempre dolce, anche nel Nord. Sempre incantevole. Campi d’orzo e frumento. Campi da golf, villaggi bianchi, chiesette di pietra grigia, case sparse, fattorie, macchie di alberi. Luce divisionista, alla Segantini. Verdissimi pascoli, quasi fosforescenti. E alte siepi che ne marcano i confini. Pecore, tante pecore. E cavalli. E capre. E mucche. Musi bianchi su corpo nero, musi neri su corpo bianco. O corpi e musi pezzati. Ma anche pecore e mucche completamente bianche, e mucche soltanto marrone. Anche bianche e marrone insieme. Pecore e mucche multicolori pascolano in pace. Insieme a cavalli e capre. Mandrie multicolori e multietniche. Quasi un anticipo messianico di ciò che un giorno anche gli umani riusciranno a fare.

 

Il cantiere del Titanic

Belfast ti accoglie con un volto imprevisto. La stazione ferroviaria rinnovata, colorata, simpatica. Come per dirti subito: guarda che non è più la Belfast che pensi tu. Si vedono dei turisti. Fuori, rispecchiandosi nel mare, nuovi palazzi di vetro alleggeriscono e illuminano un paesaggio urbano impresso nella memoria, dalle cronache dei decenni di fuoco, come pesante e sinistro. Anche se le brutture urbanistiche restano, c’è più luce e più colore dappertutto. Traspare tanta voglia di normalità.

 

Belfast, nuovi edifici per una nuova immagine della città (foto V. Passerini).

 

L’accordo di pace produce i suoi frutti, anche se la ricostruzione urbana era stata avviata prima. C’è un discreto benessere, lo si nota. D’altronde la disoccupazione è scesa in questi anni dall’11% al 5%. Ovunque annunci di interessanti iniziative artistiche, musicali, sportive. Si rilanciano musei e centri per i visitatori. Come quello dove fu costruito il Titanic. La città ha sempre avuto possenti cantieri navali, un grande porto e una robusta industria. Adesso vuole rilanciarsi, farla finita con i recenti lugubri trascorsi, costruirsi una identità positiva.

 

Ancora uccisi

L’accordo di pace è la garanzia per tutto questo. Ma ci sono stati in questi anni ritardi nella sua applicazione, frenate, passi indietro. Non sono cessate le violenze, anche se non paragonabili al passato. Né le aggressioni ai danni di famiglie finite nel quartiere religioso sbagliato.

Non sono cessati i morti. Nel quinquennio seguito all’accordo di pace, dal 1999 al 2003, le vittime del terrorismo politico in Irlanda del Nord sono state 67, di cui 10 lo scorso anno, per lo più a Belfast. Ma nei cinque anni precedenti erano state 180, cioè quasi il triplo.

Le vittime del terrorismo di questi ultimi anni sono state causate per la maggior parte da faide interne agli stessi gruppi armati clandestini, in via di liquidazione, che devono fare i conti con le residue resistenze di fronte alla smobilitazione. Ma anche con la degenerazione nella delinquenza comune e nello spaccio di droga di adepti in cerca di nuovi redditi. Il terrorismo è stato anche una grande azienda che ha dato lavoro per decenni a centinaia di persone, forse migliaia. Pacificazione vuol dire anche licenziamenti. Un motivo in più, per qualcuno, per ostacolarla.

 

Belfast, vecchi monumenti (foto V. Passerini)

 

Belfast, nuovi monumenti (foto V. Passerini).

 

I rischi delle parate

Quando ci sono parate come quella di oggi si teme che succeda qualcosa che possa compromettere l’accordo di pace. In Irlanda le parate, per la verità, sono innumerevoli, quasi 3.500 all’anno, e quasi sempre puramente folcloristiche o religiose. Fanno parte della tradizione.

Ma nell’Ulster ve ne sono di quelle organizzate dagli estremisti protestanti o cattolici. Vi sfilano i gruppi paramilitari. Si ricordano le vittime della propria parte. Si caricano di dolenti memorie, di emotività. E si beve più del solito. A volte si finisce per sconfinare nel campo avverso, nel quartiere nemico. Si provoca. O si e provocati. E allora ci sono gli scontri, le botte. E può finire anche peggio.

I repubblicani hanno fatto sapere, però, tramite la stampa, che oggi da parte loro non ci saranno provocazioni. I più vogliono davvero che l’accordo di pace resista e cammini.

 

Belfast storica (foto V. Passerini).

 

L’Accordo di pace

L’Accordo del Venerdì Santo regge, ma da due anni le istituzioni autonomistiche che ne sono scaturite sono paralizzate. Proprio la settimana prossima, a partire da mercoledì 16 settembre e per tre giorni, a Leeds Castle, nella contea di Kent in Inghilterra, ci sarà un quasi decisivo vertice anglo-irlandese che cercherà di far ripartire queste istituzioni. Non sarà facile. Anche se Blair è deciso ad andare avanti.

L’accordo di pace prevede una complessità di istituzioni e una vastità di riforme di tutto riguardo: forte autonomia all’Ulster rispetto a Londra; organismi di cooperazione tra l’Ulster e la Repubblica d’Irlanda, e tra 1’insieme dell’isola e la Gran Bretagna; assemblea parlamentare eletta con sistema proporzionale e presenza di tutti i gruppi nel governo; eguaglianza di diritti sociali per tutti; tutela dell’identità irlandese per coloro che vi si riconoscono (perché predomina l’identità anglo-irlandese, protestante); riforma della polizia, ora in mano quasi esclusivamente ai protestanti; liberazione dei prigionieri politici; disarmo dei gruppi paramilitari. E stabilisce che l’Ir1anda del Nord si unirà alla Repubblica d’Irlanda e abbandonerà il Regno Unito solo se lo vorrà la maggioranza della popolazione (1.700.000 abitanti, i 58% protestanti, il resto cattolici in leggera ma costante crescita).

 

Belfast turistica (foto V. Passerini).

 

Sempre più autonomi

È stato messo in piedi un meccanismo di progressivo trasferimento delle competenze – in campo scolastico, sanitario, economico, giudiziario – dallo Stato (Regno Unito) al governo locale dell’Ulster, simile a quello adottato da quasi quarant’anni per 1’applicazione dello Statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige. Con lo scontro politico tutto concentrato, come avviene in Alto Adige/Südtirol, sui tempi e i modi di questo trasferimento di competenze: i cattolici che premono per avere in fretta le competenze previste e ottenerne di nuove (come fanno i tedeschi in Sudtirolo), i protestanti che rinviano e frenano (come fanno gli italiani in Sudtirolo, ma anche a Roma).

Scontro duro, braccio di ferro senza fine, ma che ha dato un significato preciso e una indiscutibile concretezza alla lotta politica, relegando così del tutto nell’insensatezza e nell’inutilità la lotta armata.

 

Privilegi e paure

I risultati elettorali hanno premiato in questi anni i partiti più radicali, sia di parte repubblicano-cattolica – i1 Sin Féin di Gerry Adams – sia di parte unionista-protestante – i1 Dup (Democratic Unionist Party) del vecchio reverendo Ian Paisley. Sono diventati per la prima volta i due partiti maggiori dell’Irlanda del Nord, togliendo il primato rispettivamente al partito socialdemocratico cattolico e a quello unionista protestante moderato che erano stati i protagonisti dell’accordo di pace (i loro leader, il cattolico John Hume e il protestante David Trimble, furono insigniti per questo del Nobel della pace nel 1998).

Più che un segnale preoccupante, l’affermazione elettorale delle ali estreme è la dimostrazione che la lotta armata è finita. Che è ormai sul terreno politico che i contendenti più radicali intendono battersi. E che per molti elettori la loro intransigenza è una garanzia nel quotidiano braccio di ferro politico. Il successo di questi partiti potrebbe dunque, alla fine, rafforzare il processo di pace. Potrebbe.

Gli ostacoli maggiori vengono oggi dai settori più estremisti dei protestanti che raccolgono i voti dei loro ceti popolari, timorosi di perdere gli antichi privilegi sociali ed economici rispetto al ceto popolare cattolico, tradizionalmente emarginato.

Il conflitto in Irlanda del Nord, per quanto storicamente religioso, è pesantemente anche sociale ed economico. I protestanti hanno in mano le leve del potere politico ed economico, hanno l’accesso privilegiato ai posti di lavoro, da sempre, e non vogliono rinunciare tanto facilmente a questi privilegi in nome dell’uguaglianza pretesa dai cattolici e finalmente ratificata dall’accordo di pace.

Quelli che più temono la svolta egualitaria sono, come sempre, i più esposti alle crisi economiche, i più deboli. E allora le grandi parate dei lealisti servono anche a dimostrare il loro radicamento popolare e la loro forza sociale. E il loro peso militare, semmai ce ne fosse ancora bisogno.

Belfast, muri e fili spinati separano ancora il quartiere cattolico di Falls Road da quello protestante (foto V. Passerini).

 

Il tassista è molto perplesso

Vado in Whitewell Road proprio per vedere da vicino anche questo volto del Nord protestante. Il tassista mi scarica lì davanti un po’ perplesso. Forse molto perplesso. La strada è sbarrata dalle camionette della polizia. Mitra spianati, giubbotti antiproiettile. “Dove vai?”. Mi chiede un poliziotto. “Alla parata, sono un turista, si può o è pericoloso?”. “Beh, si può, non dovrebbe essere pericoloso. Passa e fermati lì”.

Passo oltre le camionette e mi fermo. C’è pochissima gente. Mi guardo intorno. È una strada periferica, casette curate, sobrietà popolare. Ma siamo in Belfast Nord, l’area più violenta di tutto l’Ulster.

Come le altre strade dei quartieri protestanti duri di Belfast ha i bordi dei marciapiedi dipinti di rosso e blu, i colori della bandiera britannica. In cima ai lampioni bandiere inglesi, alle finestre delle case bandiere inglesi. Sempre, anche quando non ci sono parate o feste. Caseggiati cattolici si intrecciano qui con quelli protestanti, e allora si marca con più forza l’identità del proprio.

Le bandiere sono un proclama quotidiano e inequivocabile, e un avvertimento: qui abitano protestanti, unionisti, fedeli alla Corona.

 

Thomas, ucciso a 16 anni

Qui tre anni fa, proprio il 4 settembre, fu ucciso un ragazzo protestante di sedici anni, Thomas McDonald. Oggi verranno gruppi e bande da tutta l’Iranda del Nord a commemorarlo. La parata è dedicata a lui.

Ma vedo stranamente pochissima gente. Guardo e aspetto. Passa una banda. Suona marce e inni patriottici lealisti. Dopo dieci minuti ne passa un’altra. Aspetto. Non mi pare una parata, questa. Aspetto. Dopo altri dieci minuti un’altra banda.

I pochi presenti chiacchierano tra di loro. C’è il servizio d’ordine, ci sono i poliziotti. Qualcuno va e viene. Mi lanciano insistenti sguardi. È evidente che questo non è un posto per stranieri e turisti. Io continuo ad aspettare e a guardarmi in giro ancora tranquillo, ma con crescenti dubbi.

 

Tra quattro poliziotti coi mitra

Poi qualcuno attacca discorso. Mi fanno domande, spiego loro chi sono e cosa ci faccio lì: sono italiano, momentaneamente a Dublino, ho letto sul giornale che oggi qui c’è la parata e sono venuto a vederla.

Allora mi parlano delle città italiane che hanno visto e mi spiegano che la parata vera e propria si svolgerà tra poco in Shankill Road, nella parte ovest della città, e che qui le ultime bande stanno rendendo omaggio al luogo dove il ragazzo fu ucciso.

Tiro fuori la piantina della città e mi faccio mostrare dove si trova Shankill Road, la cui sinistra fama non ignoro.

Il servizio d’ordine dei lealisti ha capito che sono innocuo, e probabilmente incosciente, e che comunque voglio vedere, voglio capire. Mi accompagnano allora dentro la strada, facendomi passare attraverso i pertugi lasciati dalle camionette della polizia che la sbarrano una seconda volta, perché io possa vedere il luogo dove il ragazzo fu ucciso. È duecento metri più avanti. Ci sono piccole corone e mazzi di fiori rossi, bianchi e blu deposti per terra. Altri fiori compongono la scritta “Son”, figlio. Figlio di tutti noi, povero ragazzo. Un pensiero e una preghiera. Arriva un gruppetto di parenti o amici. Portano altri fiori. Le bande sostano qui per un po’, omaggiano la vittima con la musica e il silenzio, poi passano oltre e se ne vanno. Adesso, ho capito, tutti si stanno spostando in Shankill Road.

Resterà soltanto qualcuno a sorvegliare. Le provocazioni sono sempre in agguato.

Chiedo come posso chiamare un taxi. Mi offrono un passaggio. Ne ho proprio bisogno, non so come arrivare a Shankill Road. Mi fanno salire su una camionetta della polizia e mi siedo tra quattro, cinque poliziotti con mitra e giubbotti.

Chiacchierano e scherzano. La situazione deve essere curiosa, se non altro, anche per loro.

 

Shankill Road

Mi lasciano all’imboccatura di Shankill Road. È il cuore dell’estremismo protestante. Qui e nato l’Uvf, l’Ulster Volunteer Force, uno dei gruppi paramilitari più temibili, espressione armata dell’estrema destra lealista protestante. Era il 1966 e il gruppo riprendeva la sigla del primo movimento armato di civili fondato più di mezzo secolo prima.

Da qui partirono i killer delle prime tre vittime che nel ‘66 anticiparono i Troubles, i “disordini”, cioè la violenza su larga scala iniziata nel ‘69 e durata un trentennio.

Da qui partirono anche i terroristi che il 4 dicembre 1971 collocarono una bomba nel bar dei McGurk, a Belfast Nord, uccidendo 15 persone.

Qui nell’ottobre del 1993 una bomba dell’Ira destinata alla leadership dell’Uda, l’U1ster Defence Association, altro gruppo paramilitare protestante, il più numeroso, scoppiò in anticipo in un negozio uccidendo nove inermi cittadini e lo stesso terrorista. L’Uda rispose uccidendo sette persone in un pub di cattolici a Greysteel, nella contea di Derry, e altri sei in altri differenti posti.

Shankill Road è il crocevia di memorie terribili.

 

Quasi una festa paesana…

La strada è invasa da migliaia di persone. Bandiere e bandierine inglesi dappertutto. Uomini, donne, famiglie, giovani, bambini, vecchiette sulla seggiola che se la raccontano, anziani placidi e sorridenti, carrozzine con gli handicappati. Folla e clima da festa paesana. Si vendono bibite. E sacchetti di dolci e giocattoli per i bambini.

 

 

Belfast (sopra e sotto), Shankill Road: la parata (foto V. Passerini)

 

 

 

Si vendono salsicce e birra davanti al club dei Rangers, la quadra di calcio dei protestanti di Glasgow, la popolosa città della Scozia. I cattolici, com’è noto, tifano invece per il Celtic, espressione della minoranza cattolica di Glasgow, e l’eterno duello tra le due squadre più forti del campionato scozzese diventa per le tifoserie una puntuale occasione per scontri talvolta anche devastanti.

 

Sfilano i “volontari”

Sfilano le 28 bande dei ”volontari”, le associazioni più o meno paramilitari, con le bandiere e gli stendardi, i fiori e le immagini degli eroi e delle vittime, i tamburi e i flauti, le divise rosse, azzurre, nere, marrone. Ma niente armi.

In testa a una banda in divisa nera, sinistramente paramilitare, un giovane col basco porta in braccio una scritta floreale rossa: “Uvf”. Dietro di lui due alfieri, uno con la bandiera britannica, l’altro con quella del gruppo. Poi tre ragazzini, in divisa anche loro. Quindi i suonatori. Facce scure, recitano a dovere la parte dei più temibili dell’Ulster (Ira permettendo) e dei padroni di Shankill Road.

Le bande ogni tanto sostano, devono fare più volte il giro del quartiere. I suonatori si riposano, chiacchierano, sono per lo più giovani. Arrivano ragazze e amici, bevono una birra, fumano una sigaretta. Facce comuni.

La giornata di sole è magnifica, la folla è tranquilla, si chiacchiera, si ride. Bambini, lasciati liberi dalle mamme, precedono le bande. Qualcuno di loro si siede in mezzo alla strada a giocherellare.

Giro, osservo, sorrido, faccio foto, compero un panino e una birra. Non ci sono, se non all’imboccatura della strada, vigili o poliziotti in giro. Almeno in divisa. Questi sono posti dove ogni centimetro quadrato e ogni sospiro sono tenuti sotto controllo.

Belfast (sopra e sotto), sfilano i “volontari” (foto V. Passerini).

 

 

 

Murales come nuovi

I “volontari” e le bande continuano a sfilare. Nessun discorso, nessun comizio. Sembra proprio una placida sagra domenicale, quasi una festa degli alpini se non fosse che siamo a Shankill Road. Mi pare di essere l’unico straniero oggi da queste parti. I turisti stanno alla larga, gli immigrati ancora di più. Gli attacchi nei confronti degli immigrati sono diventati ultimamente una piaga sociale nei quartieri protestanti.

Il sole esalta i vivacissimi colori degli enormi e guerreschi affreschi murali sulle case. Sorta di pedagogia popolare alla “resistenza”. Le immagini e le scritte irridono ai nemici repubblicani, celebrano memorabili vittorie, commemorano la centenaria Regina Madre, morta due anni fa, proclamano la secolare fedeltà al Regno Unito: “L’U1ster resterà sempre britannico. Non ci arrenderemo”. Esaltano la potenza dei gruppi paramilitari: “Uda, simply the best”. Ricordano nomi e volti degli amici uccisi: “Non vi dimenticheremo mai”. Moltissimi i fucili e i mitra, ma soltanto dipinti.

Mi sembra che i murales di Shankill Road siano meglio conservati di quelli che ho visto a Falls Road, il cuore cattolico popolare e radicale di Belfast, proprio qui a due passi. Un segno ulteriore che mentre l’accordo di pace è stato sostanzialmente accolto negli ambienti cattolici più radicali e popolari vicini ai gruppi paramilitari, in quelli analoghi protestanti non è ancora così; che le preoccupazioni per le conseguenze dell’accordo di pace sono qui ancora forti, e che quindi c’è bisogno di tenere alto il livello di guardia per far capire a tutti, a partire dalla propria parte, dal proprio popolo, che non si è disposti a mollare tanto facilmente. Neanche le armi. I bei murales di Shankill Road, dai colori vivacissimi e così freschi che sembrano nuovi, fatti il giorno prima, come se nulla fosse accaduto in questi anni, proclamano anche questo.

 

Belfast (sopra e sotto), murales in Shankill Road (foto V. Passerini).

 

 

I pinnacoli di St Peter

Intanto sono trascorse quattro ore, velocemente. La gente comincia a tornare a casa. Nei quartieri popolari si cena presto, anche se le giornate estive sono lunghe. Le mamme chiamano i bambini. Le bande e i gruppi piano piano raggiungono i pullman. Alcuni dovranno fare molti chilometri per tornare a casa. Restano gruppetti di giovani. E i soliti che non hanno voglia di rincasare e si fanno portare la penultima birra. Lattine e cartacce dappertutto. Proprio come dopo una sagra che si rispetti.

Mi avvio anch’io verso il centro della città, non lontano.

Sventola la bandiera britannica anche sulla chiesa di St Michael. Filo spinato sul muro del centro giovanile. Sulla facciata della Shankill Road Gospel Hall campeggia la scritta “Cristo è morto per i nostri peccati”. Sul lato opposto, a poche decine di metri, il muro metallico della “1inea della pace” chiude l’accesso al confinante quartiere cattolico di Falls Road.

 

Belfast, i pinnacoli della cattedrale cattolica di St. Peter (foto. V. Passerini).

Svettano i pinnacoli dei due campanili neogotici della cattedrale cattolica di St Peter, distanti pochissimo da qui. Ma sembrano ancora lontani, molto lontani.

Però non ci sono solo i quartieri, duri, irriducibili, Non c’è solo Shankill Road. Non c’è solo Falls Road.

Da qui si vedono anche i sempre più vasti quartieri misti. E proprio alcuni giorni fa, il primo di settembre, sono state aperte sette nuove scuole integrate, dove giovani cattolici e protestanti studiano insieme. E che portano a 57 il numero complessivo di queste scuole in Irlanda del Nord, con 17.000 studenti.

Una minoranza, certo. Ma un segno che anche tra gli umani crescono le comunità multicolori preannunciate sui verdi pascoli.

Un giorno anche le parate saranno delle feste multicolori, soltanto delle placide feste.

 

Pubblicato sul quotidiano “l’Adige” il 10 settembre 2004 e in seconda stesura nel libro “Bloomsday. Cronache dublinesi” (2011).

 

Note di aggiornamento (aprile 2011)

Ci sono novità importanti e in gran parte positive sulla tenuta dell’accordo di pace in Irlanda del Nord.

Nel 2007 è accaduto l’inimmaginabile. Grazie alla vittoria alle elezioni, Ian Paisley, l’anziano reverendo presbiteriano da quarant’anni capofila degli estremisti protestanti ostinatamente contrari a ogni accordo con i cattolici, é diventato primo ministro del governo autonomo dell’Irlanda del Nord, mentre Martin McGuinness, già dirigente dell’Ira e numero due del partito indipendentista Sinn Féin, confermatosi come il partito più forte dello schieramento cattolico, ne è diventato i1 vice.

Due acerrimi nemici, rappresentanti i fronti estremi ed opposti dello schieramento politico, sono stati costretti dalle regole del trattato di pace a legittimarsi reciprocamente e a convivere nella guida del governo locale. Ruolo che alla fine hanno assunto e gestito con più disinvoltura di quanto ci si potesse aspettare. Una sanzione definitiva del passaggio dal confronto armato a quello politico.

Nel 2008 Paisley, ottantunenne, ha lasciato il posto di primo ministro al più giovane Peter Robinson. Il quale, nei mesi scorsi, ha dichiarato che intende partecipare prossimamente a una messa cattolica, dando un altro forte segnale di distensione.

Nel frattempo, dopo l’Ira, anche i gruppi terroristici protestanti hanno deposto le armi. Ma frazioni dissidenti in entrambi i fronti provocano ancora aggressioni e attentati, alcuni dei quali mortali. Come quello recentissimo (2 aprile 2011) a Ronan Kerr, poliziotto cattolico di venticinque anni, ucciso a Omagh da una bomba collocata sotto la sua auto. L’attentato è stato attribuito ai gruppi dissidenti dell’Ira che vogliono colpire 1a nuova polizia nata dall’accordo di pace. Le reazioni all’assassinio sono state durissime in ambedue le comunità, cattolica e protestante. Gli attentatori sono isolati. Sono ormai pochi quelli che in Irlanda del Nord vogliono tornare indietro, ai tempi dei Troubles.

 

Il 15 giugno 2010 il primo ministro inglese David Cameron, presentando in Parlamento le conclusioni della commissione d’inchiesta istituita da Blair dodici anni prima, si è scusato per il massacro del Bloody Sunday, affermando che il comportamento dell’esercito britannico quel 30 gennaio 1972 a Londonderry (oggi Derry) fu “ingiustificato e ingiustificabile”.

Cameron ha finalmente ammesso quella verità che gli osservatori più obiettivi e i familiari dei 14 manifestanti cattolici uccisi dai soldati britannici hanno sempre proclamato: gli uccisi non erano armati, non erano terroristi, non erano provocatori pericolosi. I soldati hanno sparato sulla folla inerme, per primi e senza avvertire. Cameron ha dovuto ammettere che “i militari hanno perso la testa e il governo è responsabile di ciò che é accaduto”. I familiari delle vittime hanno potuto esultare tra le lacrime. Giustizia era stata fatta.

Certo è che se questa verità fosse stata ammessa dal governo inglese all’indomani della strage, forse i1 corso della storia nord-irlandese sarebbe stato diverso.

Mentre questo volumetto va in stampa, Dublino si appresta ad accogliere Elisabetta II, regina del Regno Unito, nella prima visita dopo cento anni di un sovrano inglese nella capitale della Repubblica d’Irlanda.

II processo di pace in Irlanda del Nord sta aprendo un nuovo capitolo nella lunga e tormentata storia tra i due Paesi.