Le belle idee stampate pestando i pakistani. Il caporalato nelle aziende “eccellenti” del Nord

Caporalato spietato. Tra Veneto e Trentino. Undici arresti per l’inchiesa su “Grafica Veneta” e “B.M. Services”. I libri di Obama e Umberto Eco stampati e confezionati sfruttando il lavoro da  schiavi degli immigrati.

 

Dove sono i controlli?

Nelle grandi aziende leader di settore nessuno va a controllare il via vai di lavoratori stranieri a tutte le ore? Domina il “lasciateci lavorare”. E sfruttare. Se non fosse stato per Ahmed, trovato nel maggio 2020 in strada legato e ferito e portato all’ospedale dove ha raccontato cosa succedeva nell’azienda, lo scandalo non sarebbe emerso.

Grafica Veneta ha sede a Trabaseleghe (Padova) ed è una delle più grandi aziende italiane nella stampa e confezione di libri. Moltissime e importanti case editrici stampano qui i loro libri. I prezzi sono concorrenziali. Sulla pelle degli immigrati stranieri. Che vengono “forniti” all’azienda anche da B.M. Services, che ha sede a Lavis, alle porte di Trento.

Ahmad racconta ai carabinieri: “Il 21 agosto 2016 venivo assunto dalla cooperativa B.M. Services…Mediamente io, come gli altri, facevo dalle 12 alle 14 ore giornaliere ma in busta paga ne venivano contabilizzate solo otto…”. Poi racconta del pestaggio da parte dei titolari pakistani dell’azienda trentina e di alcuni altri connazionali. Minacciato di morte. Legato e buttato in strada. La colpa? Si era rivolto al sindacato.

La sua storia ha fatto emergere altre storie simili.

Secondo gli inquirenti, i titolari di Grafica Veneta, Giorgio Bertan e Giampaolo Pitton, agli arrestri domiciliari, erano perfettamente al corrente di quello che succedeva.

I lavoratori erano costretti a turni massacranti, anche 12 ore al giorno per sei anche sette giorni alla settimana, obbligati ad affittare posti letto a 150 euro al mese in abitazioni sorvegliate dai connazionali. Pagati 4 o 5 euro all’ora mentre in busta paga veniva scritto 8 euro.

Pinton e Bertan, da quanto emerge dalle intercettazioni, avrebbero tentato di ostacolare le indagini, eliminando dai server informatici buona parte dell’archivio.

 

Per capire come venivano trattati i lavoratori e come funzionava lo schiavismo, vale la pena leggere l’articolo di Tommaso Di Giannantonio e Andrea Prinate “La paura, la fatica e la rabbia: ecco il lavoro alla Bm Services. L’inchiesta: “Gruppo criminale” pubblicato sul “Corriere del Trentino” di giovedì 29 luglio 2021.

 

La paura, la fatica e la rabbia: ecco il lavoro alla Bm Services. L’inchiesta: «Gruppo criminale»

Sotto la lente della magistratura La sede della Bm Services a Lavis (Foto Ansa/Loss). Nelle foto piccole, Arshad Badar e, sotto, il figlio Asdullah Badar

Si esce dalla tangenziale del capoluogo in direzione Lavis, si imbocca lo svincolo per Zambana e dopo aver attraversato il cavalcavia dell’autostrada ci si ritrova davanti a un lungo rettilineo. Una striscia d’asfalto che scivola fino all’abitato di Zambana, racchiusa tra la ferrovia e una fila di capannoni industriali.

Qui, in via Alessandro Volta, vivono e lavorano i dipendenti pakistani della «Bm Services», la ditta di lavorazioni grafiche finita sotto inchiesta per caporalato. Secondo i carabinieri di Padova, che per mesi hanno indagato sulle decine di operai costretti a lavorare fino a sedici ore al giorno con paghe ridicole, ci sono pochi dubbi: quello che ruotava attorno alla Bm Service era un vero e proprio gruppo criminale.

Negli uffici dicono che l’arresto dei due titolari Arshad Badar e Asdullah Badar è stato un «fulmine a ciel sereno», ma fuori dall’azienda i racconti dei lavoratori si annodano tra loro ricomponendo, con dignità e disperazione, storie di sfruttamento: richiedenti asilo che sarebbero stati assoldati in nero e altri cittadini pakistani disposti ad accettare paghe misere pur di avere un contratto a tempo determinato per ottenere il permesso di soggiorno.

Ieri mattina i cancelli dell’azienda erano aperti. Suoniamo al campanello, dall’alto, tra le pieghe di una tenda, spunta il viso di una signora. Dopo un paio di minuti viene incontro un ragazzo straniero e invita a salire.

Entrati nel capannone, il lavoratore torna in magazzino, al piano terra. Facciamo le scale e arriviamo ad un piccolo pianerottolo. Da una parte c’è un cantiere, dall’altra un corridoio buio che porta a una delle abitazioni dei dipendenti. È preceduto da una porta in legno. Aprono due donne italiane, le responsabili dell’ufficio tecnico. «Stiamo lavorando normalmente, qui non è successo niente», affermano.

I fatti dell’inchiesta sarebbero accaduti a Trebaseleghe (Padova), allo stabilimento «Grafica veneta», dove, secondo i magistrati della Procura di Padova, i lavoratori alle dipendenze della ditta di Lavis (ma residenti nel padovano) erano impiegati in «condizioni di sfruttamento consistenti» nell’ambito di un appalto di servizi.

Tre di loro hanno provato rivolgersi al sindacato per chiedere aiuto, ma sarebbero stati chiusi in una stanza, picchiati e gettati in strada nelle campagne tra Padova e Venezia. «Siamo rimaste totalmente sorprese, ci è arrivato un fulmine in testa», così ci congedano le due dipendenti amministrative.

Non sono le uniche persone sorprese dell’arresto di Arshad e Asdullah Badar, padre e figlio di 54 e 30 anni, titolari dell’azienda, difesi dall’avvocato Fabio Valcanover. Lunedì mattina sono stati raggiunti da una misura di custodia cautelare in carcere — insieme ad altri nove pakistani, di cui due residenti in Trentino — con l’accusa di lesioni, rapina, sequestro di persona, estorsione e sfruttamento del lavoro.

Quando torniamo davanti ai cancelli ci sono due lavoratori di una ditta piacentina di impianti di riscaldamento. Restano spiazzati anche loro. Ieri mattina erano tornati alla sede della Bm Services per recuperare il materiale lasciato durante un lavoro svolto nel capannone.

«Non ne sapevamo nulla — dicono i due piacentini sgranando gli occhi —. Proprio qualche giorno fa abbiamo discusso con Assad (così si fa chiamare Badar junior, ndr) perché è in ritardo con il pagamento di una fattura di 7.000 euro».

In questo lembo di terra sono in molti a rivendicare un arretrato. In strada, a pochi metri dalla sede della Bm Services, incontriamo un gruppo di tre ragazzi pakistani, due di 28 e uno di 32 anni. Sono tre dipendenti della ditta dei Badur. Sono diretti verso la stazione dei treni di Lavis per recarsi a Trento a «cercare aiuto all’Inps o alla Cgil». In mano hanno un foglio con una lista di 26 persone. A fianco di ogni nome c’è una cifra: 305, 455, 545, 735 e così via. «Sono i soldi che ci devono ancora dare», dice uno di loro. Il velo è stato squarciato dalla magistratura, ma la paura è ancora tanta.

Preferiscono rimanere nell’anonimato perché temono ripercussioni. «Non vogliamo dare il nostro nome, loro sono più forti», esclamano. E poi aggiungono: «Però ora possiamo parlare perché i capi sono stati arrestati».

Ci mostrano la busta paga e i documenti Excel con i turni di lavoro. «Abbiamo sempre fatto 10 ore e mezzo al giorno — spiegano — ma al contratto c’è scritto 8 ore e dovrebbero pagarci 7 euro e trenta all’ora. Invece ci pagano 4 o 5 euro all’ora, con un giorno di riposo alla settimana».

Non tutti hanno lo stesso trattamento. Altri avrebbero lavorato in condizioni più pesanti. «Quando c’è tanto lavoro da fare chiamano i richiedenti asilo alla Residenza Fersina e li fanno lavorare in nero senza nessun giorno di riposo», raccontano.

Dove vivono? «Vivono insieme a noi, ora non ci sono perché dopo i controlli li hanno fatti andare via», dicono. Sono due le abitazioni destinate ai lavoratori. Una si trova al primo piano del capannone in cui ci sono gli uffici della Bm Services. Qui «viviamo in dieci persone ma fino a pochi giorni fa eravamo più di venti perché c’erano anche i lavoratori in nero».

Stessa cosa, a detta dei lavoratori, anche nell’altra abitazione, che si trova a duecento metri dalla sede dell’azienda, all’interno di un altro capannone in cui ha sede un’altra azienda. Quando scatta la pausa pranzo veniamo ospitati in casa. Una dozzina di inquilini e quattro stanze da letto. All’ingresso ci sono due ceste di patate e una piena di cipolle. Nel soggiorno c’è un grande divano consumato dal tempo e un televisore in cui scorrono programmi pachistani. In cucina spicca un fornellone a gas in ghisa.

Ci offrono una birra analcolica e chiedono che la loro storia venga raccontata: «Ora sono tutti con noi». Perché sottostare a queste condizioni? «Quando dobbiamo rinnovare il nostro permesso di soggiorno serve un contratto a lungo termine e in altre aziende abbiamo trovato solo contratti per pochi mesi», rispondono.

Intanto ieri in Veneto i carabinieri della compagnia di Cittadella (Padova) hanno arrestato uno dei quattro ricercati dell’operazione «Pakarta» di lunedì. Sono stati interrogati anche i due titolari della Bm Services e i due manager della Grafica Veneta — Giorgio Bertan e Giampaolo Pinton, finiti agli arresti domiciliari (convalidati ieri) perché sarebbero stati a conoscenza delle condizioni di sfruttamento —, ma si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.