Europa, una Costituzione leggera

Confesso di essere stato contagiato anch’io dall’entusiasmo irlandese per lo storico accordo sulla Costituzione dell’Unione europea. Sia perché, essendo in questo periodo a Dublino, ho vissuto da vicino questo semestre di presidenza irlandese dell’Unione conclusosi con questo brillantissimo risultato

 

(un semestre dove la tematica europea ha avuto qui un enorme spazio nella vita pubblica, e dove ho assistito pressoché quotidianamente al viavai di delegazioni, ministri, funzionari, esperti, traduttori, e di auto, pullman, furgoncini, motociclette, biciclette, elicotteri, poliziotti, sirene); sia perché, come cittadino italiano momentaneamente in un altro Paese dell’Unione, sono naturalmente portato a mettere da parte le valutazioni critiche e a far emergere la pura e semplice felicità per questo risultato.

 

Sentirsi meno stranieri in un Paese non tuo

Sì, felicità pura e semplice. Quando ci si sente meno stranieri e più a casa propria in un Paese non tuo, questo non fa forse il tuo pezzo di mondo migliore?

E cosa altro è la politica se non rendere il mondo meno ostile e più amico per il maggior numero possibile di persone? Centinaia di migliaia di persone vivono, lavorano, studiano, vanno in vacanza, si spostano in un altro Paese dell’Unione. Ogni anno sempre di più. Siamo sempre meno lontani gli uni dagli altri. Sempre meno misteriosi gli uni per gli altri. Come i lituani o gli slovacchi che ti fanno conoscere l’Europa perduta e ritrovata, e si sorprendono della tua sorpresa.

Questo popolo europeo ha condiviso la felicità per la nuova Costituzione. Una Costituzione tutto sommato leggera, che vuol dire con tanti limiti, con minori pretese, con rinunce, ma forse è di questa leggerezza che 1a nuova Europa ha oggi bisogno.

 

Dublino e il fiume Liffey. La capitale irlandese ha fatto onore, e anche festa, al semestre di presidenza dell’Unione europea. (Foto V. Passerini)

 

Il peso della storia

Abbiamo celebrato da poco i1 D-Day, il sessantesimo anniversario dello sbarco degli alleati in Normandia. Nel mondo anglosassone questo giorno ha un significato pesante.

Per noi italiani la pesantezza è di altro tipo. Perché per i sessanta milioni di morti della Seconda guerra mondiale, frutto della peggior Europa mai vista, c’è anche una parte non piccola di responsabilità nostra.

Pesa ancora questa storia, anche nel cuore delle persone, in ogni angolo d’Europa. C’è bisogno di mettere in questi cuori un altro sentimento, un altro pensiero, forte, positivo, ma non pesante, oggi magari solo un seme, una promessa. La nuova Costituzione, con la sua forza leggera, può aiutare a costruire a poco a poco questo altro pensiero, positivo ma non pesante, non soffocante.

Pesano anche le ferite interne alle varie nazioni. E la nuova Costituzione europea può rendere più leggero anche il peso di queste storie che ogni Paese, più o meno, porta dentro di sé: 1’Italia ha la questione meridionale e quella altoatesina, la Spagna ha i baschi, l’Est Europa e gli slavi hanno le loro ferite nazionali.

 

La pace in Irlanda passa per l’Europa

Qui in Irlanda, si sa, questo peso delle storie locali lo si sente in maniera particolare. Qui c’e ancora una questione aperta da secoli, quella della colonia inglese d’Irlanda, che è poi diventata la questione nordirlandese, della parte dell’isola, un sesto circa, dove Londra è ancora sovrana dopo la nascita della Repubblica d’Irlanda alla fine del 1921.

Un durissimo conflitto sociale e politico, prima che religioso, che solo da poco, dallo storico Accordo del Venerdì Santo del 1998, si sta avviando a soluzione, o almeno si spera (le annunciate, imminenti manifestazioni degli estremisti non lo metteranno in discussione, anche perché ha avuto a suo tempo una larga ratifica popolare in ambedue le parti dell’isola).

È una questione interna, certo, “regionale”, tra irlandesi, e tra loro e Londra. Ma una Europa più forte e unita non può che aiutare questo processo di pacificazione così difficile e coraggioso per tutti i soggetti coinvolti. Anche per questo la presidenza irlandese dell’Unione ha avuto un ruolo rilevante nel mettere d’accordo i 25 Paesi sul testo della Costituzione.

 

Il Castello di Dublino dove si sono svolti i vertici europei. (Foto V. Passerini)

 

Soluzioni leggere per problemi pesanti

Non c’era solo il legittimo bisogno di quasi tutti i leader politici europei, compreso quello irlandese, di vincere questa storica partita dopo aver perso quella elettorale di una settimana prima (anche qui, alle elezioni europee, il partito di governo, il centrista Fianna Fàil, ha avuto una batosta senza precedenti nella sua storia, passando dal 38,6% al 29,5%, mettendo a rischio il suo ruolo guida nel Paese che detiene pressoché ininterrottamente dalla nascita della Repubblica).

Bertie Ahern, che guida il governo irlandese dal ‘97 e che è stato tra i protagonisti dell’intesa sulla Costituzione europea, e poi sfortunato candidato alla successione di Romano Prodi, è un moderato ma non un mediocre. È stato, con Blair, Gerry Adams e l’ex presidente americano Clinton, uno degli artefici dello storico accordo di pace del Venerdì Santo. È un mediatore di valore. Sa che questioni pesanti possono trovare soluzioni leggere. Sa anche, come buona parte della classe politica di qui, che c’è bisogno che l’Europa, per il bene del suo Paese, faccia oggi, ad ogni costo, passi in avanti sostanziali nel processo di integrazione.

 

Fede e fortezze costituzionali

Può, infine, sorprendere che sia stato un irlandese a favorire l’accordo su un testo che rinuncia a specifici riferimenti di carattere religioso, a un richiamo alle radici cristiane dell’Europa. Perché la Costituzione irlandese contiene, invece, un riferimento cristiano quanto mai forte.

Il preambolo della Costituzione di Irlanda recita:

Nel nome della Santissima Trinità, dalla quale deriva ogni autorità e alla quale, come nostro scopo finale, tutte le azioni, sia delle persone che degli Stati, devono essere riferite, noi, popolo d’Irlanda, riconoscendo umilmente tutti i nostri obblighi verso il nostro Divino Signore, Gesù Cristo, che ha sostenuto i nostri padri attraverso secoli di tribolazioni, ricordando con riconoscenza la loro eroica e incessante lotta per conquistare la legittima indipendenza della nostra Nazione, e vedendo di promuovere il bene comune attraverso l’osservanza della Prudenza, della Giustizia e della Carità, così che la dignità e la libertà dell’individuo possano essere assicurate, il vero ordine sociale conseguito, l’unità del nostro Paese ripristinata, e la concordia con le altre nazioni stabilita, con il presente documento adottiamo, promulghiamo e diamo a noi stessi questa Costituzione.

 

Croce irlandese o celtica. (Foto V. Passerini)

 

Altre fortezze, sconosciute a questo mondo

Qualcuno che non conosce la storia di questo Paese potrebbe anche sorridere. E potrebbe, a ragione, lamentare l’integralismo, il confessionalismo e così via di un testo siffatto. Ma uno che se ne intendeva ricordava agli italiani, scrivendo in italiano, che gli irlandesi sono “l’unico popolo cattolico pel quale la fede vuol dire anche l’esercizio della fede” (James Joyce nell’articolo “L’Irlanda alla sbarra” pubblicato su “Il Piccolo della sera” di Trieste il 16 settembre 1907, ora nel libro J. Joyce, Occasional, Critical and Political Writing, Oxford University Press, 2000).

Comunque sia, gli irlandesi oggi sanno che questo richiamo cristiano così forte, scolpito nella loro legge fondamentale, non ha salvato il loro Paese da un processo di secolarizzazione, possiamo dire di de-cristianizzazione, che sta letteralmente facendo tremare le fondamenta storiche dell’Irlanda, un tempo la nazione più cattolica del mondo. Mentre la fede cristiana sta rinascendo in altre forme, minoritarie ma vive.

Solo un irlandese, un presidente irlandese, poteva comprendere meglio di altri il carattere effimero, fragile di questi riferimenti, anche quando sono espliciti e marcati, anche quando nascono da una storia che li giustifica.

Solo un cattolico irlandese poteva comprendere meglio di altri che la salvezza dell’eredità cristiana non sta nelle fortezze costituzionali.

Perché la natura di questa eredità è altra e ha bisogno di altre fortezze, sconosciute a questo mondo, per essere salvaguardata e poter continuare a parlare agli uomini.

 

Pubblicato sul quotidiano “l’Adige” il 30 giugno 2004 e nel libro “Bloomsday” (2011).

 

Nota di aggiornamento (aprile 2011)

 

L’Irlanda é stata protagonista di un infelice voltafaccia che ha rischiato addirittura di compromettere i1 futuro del1’Unione europea.

La nuova Costituzione europea, approvata dopo un iter travagliato dal Consiglio europeo di Bruxelles il 18 giugno 2004 sotto la presidenza irlandese, che svolse un positivo ruolo nel raggiungimento dell’intesa, fu poi solennemente firmata a Roma il 29 ottobre di quell’anno dai capi di Stato e governo dei 25 Paesi dell’Unione, ma venne bocciata dai referendum svoltisi in Francia e Olanda l’anno successivo e quindi archiviata.

Per uscire dalla paralisi che rischiava di mettere in pericolo il progetto dell’Unione europea fu escogitato il Trattato di Lisbona che, pur non avendo carattere costituzionale, assorbiva quasi totalmente i contenuti della Costituzione bocciata.

Approvato il 27 ottobre 2007, appunto, a Lisbona e firmato, sempre nella capitale portoghese, dai capi di Stato e governo il 13 dicembre di quell’anno, il Trattato fu ratificato per via parlamentare da tutti gli Stati dell’Unione. Con una eccezione. Unico dei 27 Stati a prevedere la ratifica tramite referendum popolare fu l’Irlanda che sorprendentemente bocciò il Trattato con il 53,4% dei voti contrari. E bastava il no di un solo Paese per cancellarlo.

Un voltafaccia incredibile da parte del1’Irlanda che tanto aveva creduto nella Costituzione europea e nell’Unione e che di questa aveva felicemente goduto anche i vantaggi economici.

Lo shock che ne seguì, sia a livel1o europeo sia nazionale, provocò molti ripensamenti e portò a un secondo referendum in Irlanda, svoltosi il 3 ottobre 2009, che ribaltò il risultato precedente. Il Trattato di Lisbona fu approvato anche dagli irlandesi con i 67,1% dei voti favorevoli e poté entrare in vigore il 1° dicembre di quello stesso 2009.

Un ripensamento provvidenziale, favorito anche dalla crisi economica mondiale, perché ha consentito poi all’Irlanda, per quanto apparentemente recalcitrante nel suo orgoglio di “tigre” ferita, di godere dell’aiuto finanziario europeo per affrontare la paurosa crisi finanziaria ed economica da cui è stata travolta tra il 2009 e il 2010 e che ha gettato sul lastrico moltissime famiglie.

Una crisi originata da quella mondiale nata negli Usa alla fine del 2006, ma aggravata dalle fragilità di una crescita vertiginosa e in parte fittizia che aveva fatto parlare di “Tigre celtica” a proposito dell’Irlanda del miracolo economico, iniziato alla metà degli anni Novanta. E così nel 2010 gli emigranti irlandesi sono tornati ad essere più degli immigrati, riaprendo un doloroso capitolo nella storia dell’isola che sembrava definitivamente chiuso.