Crimini contro i profughi sulla rotta balcanica. La storia di un giovane pakistano e una sentenza del Tribunale di Roma che condanna l’Italia

Il campo di Lipa. Foto tratta dal reportage di Nello Scavo per “Avvenire”.

Migranti picchiati e torturati, respinti alle frontiere, costretti a vivere in condizioni disumane. Accade lungo la rotta balcanica.

La storia di M.Z., giovane pakistano di 27 anni che ha vinto un ricorso presso il Tribunale di Roma, ci aiuta a capire le responsabilità di questa barbarie.

L’Italia ha rimandato indietro i profughi sapendo che andavano incontro a violenze e torture.

 

Una storica sentenza: le colpe dell’Italia

Il Tribunale di Roma, con una sentenza del 18 gennaio 2021 firmata dalla giudice Silvia Albano, ha accolto il ricorso di un cittadino pakistano, M.Z., di 27 anni, che era arrivato profugo in Italia lungo la rotta balcanica e che era stato rimandato in Slovenia dalla polizia italiana senza che fosse stato accertato il suo diritto alla protezione internazionale.

Dalla Slovenia il giovane era stato cacciato, nel vero senso della parola, in Croazia, e dalla Croazia cacciato in Bosnia, dove si trovava, privo di assistenza come tanti altri profughi, al momento del ricorso presentato alla Giustizia italiana. Sia in Slovenia sia in Croazia, in maniera feroce, sia in Bosnia il giovane aveva subito trattamenti disumani e degradanti da parte della polizia.

Il Tribunale, accogliendo il ricorso del giovane pakistano, ha ordinato che gli sia consentito l’ingresso immediato in Italia perché possa presentare domanda di protezione internazionale.

Domanda, aggiungiamo, che sarà valutata dalla commissione territoriale competente nei modi e nei tempi con cui vengono valutate le altre domande dei richiedenti asilo. In attesa della decisione della commissione, il giovane pakistano ha diritto ad essere accolto come ogni altro richiedente asilo.

La sentenza è di enorme importanza perché chiarisce e demolisce una delle principali ragioni  – il respingimento dall’Italia – che stanno alla base del dramma in atto sulla rotta balcanica.

Nella sentenza la giudice ricostruisce puntualmente la vicenda di M. Z. – che è poi la triste vicenda di altre centinaia di migranti – e ci aiuta a capire il perché di questo dramma.

Ricordiamo prima, in sintesi, di che rotta si tratta.

 

La rotta balcanica

La rotta balcanica è una delle vie principali attraverso le quali i profughi cercano di arrivare nell’Europa centro-settentrionale.

La mèta per la maggior parte di loro è la Germania, in secondo luogo la Svezia, la Norvegia, la Gran Bretagna, l’Austria, la Svizzera. Lì possono trovare più possibilità di lavoro, lì possono trovare le comunità di connazionali più numerose, e magari familiari e parenti, che possono aiutarli ad inserirsi nel nuovo Paese. Lì possono utilizzare la lingua inglese che la maggior parte di loro ha studiato a scuola nel Paese d’origine.

I profughi lungo questa rotta sono soprattutto afgani, iracheni, siriani, pakistani, iraniani, bangladesi. Ci sono anche degli africani. Provengono in gran parte, cioè, da Paesi in guerra o dove sono pesantissime le violazioni dei diritti umani.

Anche se è in vigore l’accordo (disumano) tra Europa e Turchia del 2016, in base al quale, a fronte di 6 miliardi di euro ricevuti dalla Ue, la Turchia si impegna a fermare sul suo territorio i profughi in transito – provenienti per lo più dall’Afghanistan e da Paesi confinanti quali la Siria, l’Iraq e l’Iran -,  tuttavia diverse migliaia di migranti riescono a superare il confine tra Turchia e Grecia o, in parte assai minore, tra Turchia e Bulgaria.

 

Violenze e omicidi

Dalla Grecia, o dalla Bulgaria, i profughi passano in Macedonia, poi in Serbia o in Albania, quindi in Bosnia, Croazia, Slovenia. Dalla Slovenia cercano di entrare in Italia o in Austria o in Ungheria.

L’Italia raramente è la meta finale per loro, lo è di più l’Austria, ma il sogno di quasi tutti è la Germania.

Ogni attraversamento di confine è difficile e pericoloso. C’è chi perde la vita in incidenti o perché viene ucciso. Nessuno saprà mai quanti assassinii di questi poveri profughi sono stati commessi in questi anni da parte delle guardie o di gruppi armati o di bande di criminali.

Molti subiscono prigionie disumane, percosse, addirittura torture.

Molti vengono respinti, anche più volte, ma ritentano il viaggio della speranza. Qualcuno decine e decine di volte.

Hanno perso tutto eccetto la speranza. Una disperata, indistruttibile speranza.

 

 

Immagine tratta da “Farebene”, portale dei circoli Acli.

 

La storia del giovane M. Z.

In Italia

Il giovane pakistano M.Z., alla metà di luglio del 2020, insieme a un gruppo di connazionali, supera il confine sloveno ed entra in territorio italiano, a Trieste, dopo un durissimo viaggio lungo la rotta balcanica. Ha subito, come gli altri del gruppo, violenze e trattamenti inumani da parte dei croati.

I volontari italiani li aiutano, medicano le loro ferite.

Ma arrivano delle persone in abiti civili che si qualificano come poliziotti italiani e li portano in una stazione di polizia. I profughi manifestano la loro intenzione di chiedere asilo politico. Ne hanno il diritto. Invece viene chiesto loro di firmare dei documenti in italiano e si vedono sequestrare i telefonini.

Poi vengono ammanettati, caricati su un furgone e portati in una zona collinare nei pressi del confine sloveno. Qui, minacciati con bastoni dai poliziotti italiani, sono costretti a correre e ad attraversare il confine sloveno.

M.Z. dovrà ripercorrere all’indietro, con i suoi amici, la faticosa e dolorosa rotta balcanica.

 

In Slovenia

Dopo circa un chilometro sentono gli spari dei poliziotti sloveni, che li arrestano, li caricano su un furgone e li portano in una stazione di polizia. Anche qui i profughi manifestano la loro intenzione di chiedere asilo politico. La richiesta viene ignorata e vengono rinchiusi per tutta la notte senza cibo, acqua e servizi igienici.

Poi vengono condotti in una stazione  di polizia vicino al confine con la Croazia. Vengono fatti sdraiare, le mani legate dietro la schiena, perquisiti, presi a calci, colpiti con manganelli.

 

In Croazia

Quindi vengono costretti ad attraversare velocemente il confine con la Croazia.

Qui vengono presi dai poliziotti croati che li picchiano con manganelli avvolti nel filo spinato e presi a calci nella schiena.

Poi vengono caricati su un furgone e portati in una stazione di polizia dove tornano a manifestare la volontà di chiedere asilo politico.

Invece vengono portati al confine con la Bosnia e costretti a correre per raggiungere e attraversare il confine, subendo le botte dei poliziotti croati, i quali usano contro di loro anche lo spray al peperoncino, mentre aizzano contro di loro un pastore tedesco.

La Croazia è il Paese più feroce coi migranti della rotta balcanica.

 

In Bosnia

Attraversato il confine bosniaco vengono presi dai poliziotti e portati nel campo profughi di Lipa, nel distretto di Bihać, vicino al confine con la Croazia. Ma qui (siamo nel 2020) non c’è posto per loro e vengono portati e abbandonati in aperta campagna dove cercano di sopravvivere .

M.Z. riesce poi a raggiungere Sarajevo, distante 300 chilometri, e trova rifugio in un edificio distrutto dalla guerra.

Ed è ancora a Sarajevo nel momento in cui presenta ricorso alla Giustizia italiana per essere stato respinto in Slovenia e privato del diritto di presentare domanda di protezione internazionale.

 

La colpa è, in primo luogo, dell’Italia e degli Stati balcanici,

non dell’Unione Europea

Spesso, parlando della tragedia umanitaria lungo la rotta balcanica, si chiama in causa l’Unione Europea. Troppo comodo. All’Europa gli Stati hanno dato poteri limitati, però non esercitano poi i loro poteri secondo le norme del diritto internazionale.

In realtà, come ben chiarisce la sentenza con cui il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso di M.Z. ordinando che possa rientrare in Italia dalla Bosnia e fare domanda di protezione internazionale, si comprende come all’origine della tragedia ci siano soprattutto le responsabilità dei singoli Stati, Italia compresa.

Vale la pena soffermarsi su queste responsabilità, ben individuate dal Tribunale di Roma, e non limitarsi alla denuncia del dramma.

 

Il comportamento illegittimo dell’Italia

L’Italia ha rimandato in Slovenia il giovane pakistano in base all’accordo tra i governi di Italia e Slovenia del 3 settembre 1996 il quale stabilisce che i migranti entrati irregolarmente in territorio italiano e rintracciati in prossimità della frontiera slovena possono essere rimandati indietro senza alcun provvedimento formalizzato, anche se il migrante ha manifestato l’intenzione di chiedere protezione internazionale.

La sentenza del Tribunale di Roma stabilisce che il giovane pakistano è stato rimandato in Slovenia in base a una prassi, quella prevista dal trattato italo-sloveno, che è illegittima sotto molteplici profili (una prassi illegittima in vigore da 25 anni!).

L’accordo tra i due governi non è mai stato ratificato dai due Parlamenti. Non può quindi modificare leggi italiane in vigore o norme dell’Unione Europea o norme del Diritto internazionale che l’Italia rispetta, come stabilisce l’art. 80 della nostra Costituzione.

 

Non si può rimandare indietro un profugo senza un provvedimento amministrativo

Queste norme prevedono che per rimandare indietro un migrante occorre un provvedimento amministrativo motivato, notificato, impugnabile di fronte all’autorità giudiziaria. Sono norme che tutelano i profughi in cerca di protezione.

Non si può rimandare indietro un migrante senza prima verificare se ha diritto o no alla protezione internazionale.

Non solo. Accompagnare con la polizia e respingere alla frontiera un profugo, essendo un provvedimento restrittivo della libertà personale, richiede la convalida dell’autorità giudiziaria.

Non solo. Il migrante ha sempre il diritto al ricorso perché la sua singola posizione sia valutata. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (la Costituzione dell’Ue) vieta le espulsioni collettive, né ci possono essere eccezioni all’esame di ogni singolo caso.

 

Se il profugo rischia trattamenti disumani o degradanti non può essere rimandato indietro

Le norme poi introdotte dal nuovo testo del Regolamento di Dublino (2013) vietano di trasferire un richiedente asilo verso lo Stato inizialmente individuato come quello che doveva esaminare la sua domanda se sussistono “carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti in tale Stato membro che implichino il rischio di un trattamento inumano e degradante”.

Lo ha ribadito anche una sentenza della Corte di Cassazione del 2018.

Il governo italiano, si afferma nella sentenza del Tribunale di Roma, era in condizioni di sapere che i profughi respinti in Slovenia finivano poi per subire una serie di violenze e perfino torture nel dover ripercorrere a forza la rotta balcanica.

Sono sotto gli occhi di tutti le inchieste dei più importanti organi di informazione internazionale; ci sono i rapporti delle Nazioni Unite che denunciano le violazioni dei diritti umani; ci sono i rapporti delle Ong maggiormente accreditate in territorio balcanico.

C’è una durissima lettera della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa in cui si afferma che “la riammissione in Slovenia avrebbe comportato a sua volta la riammissione formale in Croazia e il respingimento in Bosnia, nonché che i migranti sarebbero stati soggetti a trattamenti inumani e a delle vere e proprie torture inflitte dalla polizia croata”.

L’articolo 4 della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione Europea dichiara: “Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti.”

Il governo italiano sapeva tutto questo, eppure ha continuato a respingere in Slovenia i profughi senza provvedere ad accogliere le loro domande di asilo.

 

Un profugo non è mai un irregolare

Le norme internazionali  stabiliscono che un richiedente asilo può manifestare a voce la sua richiesta di protezione e questa richiesta deve essere poi raccolta, formalizzata e sottoposta a un esame per valutare se il diritto alla protezione c’è o non c’è.

Dal momento in cui un profugo chiede a voce la protezione internazionale non è un irregolare nel Paese dove è entrato.

Queste norme del diritto internazionale proteggono i profughi in fuga da persecuzioni e violenze.

Essi possono attraversare i confini e chiedere asilo, e da quel  momento non sono irregolari e non possono essere rimandati indietro così come è stato fatto nei confronti del giovane pachistano M. Z. e nei confronti di molti profughi come lui.

 

L’Italia sapeva delle terribili violenze e torture che subivano in Croazia

Era ben noto e documentato, ribadisce la sentenza del Tribunale di Roma, che la quasi totalità dei riammessi dall’Italia in Slovenia ha fatto rientro forzato in Bosnia attraverso la Croazia. E almeno altri 800 migranti come M.Z. hanno subito la stessa sorte in questi ultimi anni. Ben sapendo delle “terribili violenze perpetuate dalla polizia della Croazia ai danni dei migranti”.

Amnesty International parla anche di “vere e proprie torture”.

I migranti respinti dalla Croazia in Bosnia presentano “fratture agli arti e alle costole, tagli, contusioni, ferite provocate dal morso di cani, violenze sessuali, scariche elettriche”.

Tra i migranti ci sono persone vulnerabili, come minori, disabili, donne incinte.

 

Ricacciati in Bosnia

E così i profughi vengono ricacciati in Bosnia, tra fatiche, pericoli e violenze che già avevano subito nel viaggio di andata.

Secondo l’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (Iom), organo delle Nazioni Unite, sono circa 8.000 i rifugiati attualmente bloccati in Bosnia Erzegovina. Circa 1700 di loro, compresi bambini non accompagnati e famiglie, dormono all’aperto in questo durissimo inverno. Cercano riparo in edifici abbandonati o in tende improvvisate. Hanno solo un accesso limitato al cibo e all’acqua potabile.

Tutto questo, scrive la sentenza del Tribunale di Roma, accade a causa della chiusura dei centri temporanei di accoglienza dei profughi di Bira e Lipa.

In definitiva, afferma la giudice designata del Tribunale di Roma Silvia Albano, il governo italiano era a conoscenza del destino crudele al quale andavano incontro i profughi rimandati in Slovenia e ha perciò agito contro le leggi interne, anche di rango costituzionale, e contro il diritto internazionale.

 

Il ricorso accolto: una sentenza che accusa pesantemente il nostro Paese

Il ricorso del giovane pakistano M.Z. viene quindi accolto. Il Ministero dell’Interno deve riammettere il giovane in Italia e consentirgli di presentare domanda di asilo. Lo stesso Ministero dovrà pagare le spese processuali.

Fin qui la sentenza che stabilisce al di là di qualsiasi dubbio le gravissime responsabilità dell’Italia nel dramma che sta accadendo sulla rotta balcanica.

Noi abbiamno respinto persone inermi che provenivano da Paesi in guerra o dove si violano in continuazione i diritti umani ben sapendo che andavano incontro, respingendole, a trattamenti degradanti, violenze e perfino torture.

 

La drammatica situazione in Bosnia

 

A Bihać non vogliono i profughi

Ora affidiamoci per capire cosa accade in Bosnia ad alcuni reportage, in particolare alla puntuale ricostruzione fatta per “Euronews” da Lillo Montalto Monella e Paola Lucchesi.

Nella città di Bihać, 50 mila abitanti, al confine con la Croazia, era stato allestito nel 2018 dalle Nazioni Unite e dal governo di Sarajevo un campo profughi nella fabbrica di elettrodomestici Bira fallita nel 2015. Vi sono stati collocati 200 container che hanno accolto anche 2500 persone.

Le spese di accoglienza dei profughi sono state però sostenute dall’Unione Europea che ha concesso alla Bosnia Erzegovina – che ha fatto domanda di adesione all’Ue nel 2016 – 89 milioni di euro per rafforzare le istituzioni bosniache e la cooperazione transfrontaliera con gli Stati membri dell’Ue (Croazia in primis).

Questi soldi sono però stati utilizzati per l’accoglienza dei profughi e versati dalla UE all’Organizzazione internazionale delle migrazioni che gestisce i centri di accoglienza, come quello di Bihać.

 

A Lipa senza luce e acqua

Ma nel settembre 2020 le autorità comunali e cantonali hanno chiuso il centro profughi di Bihać, allestito nell’ex fabbrica Bira, perché non volevano più i profughi e li hanno spostati nel campo di Lipa. Si tratta di un campo profughi all’aperto, in piena campagna, accanto a un villaggio serbo abbandonato, a 25 chilometri da Bihać.

Già dal mese di aprile 2020 il campo di Lipa aveva cominciato ad ospitare per l’emergenza Covid un certo numero di profughi di Bihać.

Lo spostamento totale a Lipa dei profughi di Bihać nel settembre 2020 ha creato enormi problemi perché in quel campo all’aperto mancavano gli allacciamenti di acqua e luce.

Le condizioni  già pesanti sono diventate insostenibili per il sovraffollamento.

L’Organizzazione mondiale delle migrazioni, che gestisce il campo, dopo ripetute e inascoltate richieste rivolte alle autorità locali perché realizzassero gli indispensabili allacciamenti dell’acqua e dell’energia elettrica, il 23 dicembre 2020 ha deciso di lasciare il campo di Lipa. Quello stesso giorno i profughi hanno dato fuoco allo stesso campo.

 

Dopo l’incendio, all’aria aperta. Ritorno a Lipa sotto le tende

Ma gli organismi delle Nazioni Unite non sono poi riusciti a trovare un posto per i profughi perché nessun comune li voleva.

Molti di loro sono stati costretti a vivere all’aperto e molti di loro hanno rifiutato di essere portati in centri all’interno della Bosnia perché vogliono rimanere vicino al confine con la Croazia per ritentare il viaggio della speranza verso Nord.

Adesso il campo di Lipa è stato riaperto, ma le condizioni di vita nelle grandi tende militari, allestite dopo che sono state sgombrate le rovine del precedente campo, restano difficilissime. Come ricordano gli inviati della stampa internazionale e gli operatori e i volontari delle Ong.

In Bosnia i profughi sopravvivono in tutte le condizioni, anche in quelle più disperate, ma non vogliono rinunciare alla speranza di una vita dignitosa in qualche Paese dell’Unione Europea.

Ma se non si daranno all’Unione Europea più poteri per far rispettare agli Stati aderenti le leggi dell’Unione, il diritto internazionale e i diritti umani quelle speranze continueranno a infrangersi contro confini disumani e violenti.

La vicenda del giovane pakistano ci ricorda, inoltre, che la nostra Costituzione e il nostro sistema giudiziario restano, ancora una volta, le difese più solide dei diritti umani e civili dei profughi. Altrimenti esposti ad ogni arbitrio, qualunque sia il colore del governo in carica.

 

8 febbraio 2021

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La sentenza del Tribunale di Roma.

Il reportage di Lillo Montalto Monella e Paola Lucchesi per “Euronews”.

Il reportage di Nello Scavo per “Avvenire”.

Il reportage di Annalisa Camilli per “Internazionale”.